«Apprendimento innovativo» per aiutare le persone in una società complessa

Il progetto di una associazione ecumenica con sede a Linz

Un apprendimento innovativo per azioni su base comunitaria (Cable). È questo il nome programmatico di un progetto nato nel 1988 nel quadro delle attività dell’European Contact Group (Ecg), dal 2012 confluito nella Associazione ecumenica europea «J. Cardijn» con sede a Linz, Austria, dove dal 7 al 9 marzo si è svolto uno dei periodici incontri internazionali della rete Cable, composta da coloro che hanno deciso di adottare questo strumento  di lavoro nel quadro della propria attività di operatori sociali nelle strutture diaconali delle chiese rivolte a gruppi marginalizzati e a comunità. Circa 40 i partecipanti provenienti da Finlandia, Austria, Svezia,  Olanda, Ucraina, Ungheria, Romenia e Italia.

Cable viene concepito in Finlandia nell’Istituto per la diaconia di Jarvenpaa, in seguito a un’analisi dell’invecchiamento della generazione nata a fine anni '50 di cui non si voleva dissipare la capacità di partecipazione. Come conciliare il modello tradizionale di aiuto basato su diagnosi su un singolo in vista della sua «normalizzazione» con un metodo comunitario basato sulla autonomizzazione, liberando responsabilità e convivialità? A quali esempi ispirarsi in Europa?

Tony Addy, pastore riformato inglese e fondatore dell’Ecg, in quel periodo era anche direttore della Fondazione inglese «W. Temple», ed era disponibile alla cooperazione. L’attività inizia nel 1992 mentre diventava urgente, di fronte alla disoccupazione strutturale, la capacità di intervenire in contesti urbani sempre più multietnici e multireligiosi, prendere iniziative e assumere responsabilità. Cresce la sofferenza in un’epoca in cui non sembra esserci argine all’economia liberista.

Nel 1996 l'Istituto diaconale di Jarvenpaa confluisce nella nuova Universitä diaconale di scienze applicate (Diak) e il programma assume una dimensione nazionale (in forma di teologia contestuale e di analisi di comunità) e ben presto internazionale (Rotterdam, Londra e Regno Unito, Paesi scandinavi, Est europeo).

Nel 2001 la crescente complessità sociale, specie delle città, porta a sviluppare nella formazione l’aspetto  della capacità di leggere il territorio  anche a partire dalla risonanza con la propria storia personale. Questo passaggio del percorso formativo è stato chiamato exposure approach ed è stato sperimentato a Rotterdam. Il termine è preso in prestito dalla fotografia ed è riferito alla pellicola su cui si imprimono le immagini: il primo passo consiste nel chiedere alle persone di  camminare per le strade senza uno scopo e con la mente vuota, esponendo i propri sensi all’ambiente. Come professionisti, infatti, gli operatori riflettono le aspettative della società che risuonano inevitabilmente con la propria biografia in maniera consonante o dissonante rispetto alla tendenza liberista dominante, che esalta la «performatività» e la capitalizzazione delle competenze per trarne il massimo profitto individuale.

La posizione degli operatori è dunque a metà tra gli utenti e la società (in between). L’approccio dialogico insito nel processo Cable incorpora in un modo positivo  gli elementi salienti di  una comunità: creare solidarietà, dare significato all’altro nel riconoscerlo, creare spazio di servizio e affrontare il tema del potere in modo positivo.

Questo percorso sempre più articolato prende il nome di Cable solo nel 2005, in occasione di un finanziamento europeo del programma Socrates che ha raggiunto 15 Paesi di cui 5 extra Unione europea. L’approccio Cable è stato usato per la formazione di operatori e in programmi universitari  ma anche  con gruppi comunitari.

Il primo giorno di incontro è stato dedicato all’attività di esplorazione del territorio, divisi in gruppi, per presentare questa fase del percorso agli amici austriaci che ancora non lo utilizzano, mentre nei due successivi è stata approfondita la riflessione sull'efficacia dell’approccio Cable  con i richiedenti asilo e i lavoratori precari. Più in generale la ricerca di forme di inclusione si situava nella cornice di modelli di welfare in fase di trasformazione, in cui la gestione e il controllo pubblico vengono delegati al mercato secondo l’impostazione liberista. Appartenenza e cittadinanza sono messi a rischio in una società che programmaticamente produce rifiuti, siano essi materiali, territori abbandonati dopo lo sfruttamento o persone. In questo quadro la fragilità è una dimensione che accomuna gli utenti dei servizi e gli operatori. Da qui il collegamento con l’esperienza delle «città in transizione», nata dal basso in Inghilterra come percorso di ricostruzione di comunità nelle ex zone minerarie e il loro indotto anche portuale.

Poiché la fede e la spiritualità sono importanti nella costruzione di comunità atttraverso processi di apprendimento, una serata è stata dedicata all’ascolto di  Rob van Waarde, giovane ricercatore alla Facoltà teologica protestante di Amsterdam e parte di un gruppo di ricerca che ha prodotto nel 2012 il risultato di un lavoro su processo di crescita (empowerment) e comunità chiamato That’s the name of the game!. La conferenza verteva sul tema del vedere ed essere (pre)visti. Stimolante la scelta dell’immagine dell’icona come espressione dell’essere in between. L’icona è infatti integrata nella essenza di Dio (embedded in the being of God).

Il vedere è una forma di spiritualità e insieme di resistenza alla disumanizzazione che non vede più la sofferenza che produce.

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