Lo straniero come fratello

Un giorno una parola – commento a Levitico 19, 33

Quando qualche straniero abiterà con voi nel vostro paese, non gli farete torto
(Levitico 19, 33)

Accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio
(Romani 15, 7)

Se dovessi elencare tutti i torti che si fanno in Italia agli stranieri, questa pagina sarebbe presto riempita. Molti dicono: ma i torti si fanno anche agli italiani. Certo, basta pensare alle migliaia che hanno perso tutti i risparmi perché truffati dalle loro banche. O ai senza casa che aspettano l’assegnazione di un alloggio. Ai genitori che non trovano posto nell’asilo nido per i loro piccoli. A coloro che sono in lista d’attesa per le cure sanitarie.

Questo disagio diffuso non deve però far dimenticare che la presenza di stranieri è il segno di una società giusta, di una società benedetta. L’accoglienza dello straniero è una lezione che ci viene dall’Israele antico. L’invasore è una maledizione. Lo straniero che abita nel paese è uno che ha trovato casa e lavoro; diventa un fratello da amare come noi stessi. Non è un disturbo, non è una minaccia al quieto vivere. Diventa come uno di noi. Può comunicarci qualcosa che noi non abbiamo, come vediamo nelle chiese dove africani e asiatici partecipano a pieno titolo.

Un segno drammatico dei rivolgimenti che vive oggi la terra è l’afflusso di stranieri che non sono ancora stabiliti, che non lavorano con noi, ma tra noi cercano accoglienza e lavoro. Neanche questo è un buon motivo per far loro torto. Il non far torto in questo caso significa non essere indifferenti, non gestire il loro arrivo con improvvisazione, non abbandonarli a loro stessi.

Foto di Stefanie Eisenschenk via Flickr | Licenza CC BY 2.0