Il Vangelo secondo Dario Fo

E se Gesù di Nazareth avesse avuto una compagnia teatrale?

Dopo Il Vangelo secondo Alda Merini, sempre edito da Claudiana, Marco Campedelli aggiunge un nome alla collana con un confronto tra i Vangeli e l’opera di Dario Fo, drammaturgo, regista, attore, scrittore, pittore scomparso nel 2016.

Un accostamento non campato in aria dato che Fo aveva nel suo percorso un lavoro di ricerca soprattutto rispetto ai Vangeli apocrifi. Marco Campedelli, teatrante, burattinaio e teologo, riprende questo lavoro, soprattutto una parte di Mistero Buffo e Lu santo Jullare Francesco, e apre il confronto a una riflessione teologica.

«L’idea - racconta Campedelli -  affonda le radici in un incontro che ho avuto con Dario Fo sulle colline di Cesena. In quell’occasione scambiai con lui alcuni pensieri e gli chiesi cosa pensasse se Gesù di Nazareth avesse avuto una compagnia teatrale. E lui, che naturalmente su questo tema aveva già riflettuto, rispose: perché no? Però non una compagnia stabile ma itinerante»

Il bagaglio personale dell’autore, tra esperienza teatrale e formazione teologica permette di guardare a un mito come Dario Fo con una prospettiva tutt'altro che banale; a partire da come si incontra il lavoro di Fo, che di solito si immagina stare su un palcoscenico. Riportare invece il testo all’attenzione dei lettori è quello che l’autore auspicava nella stesura del libro.

«Non la performance, ma i testi» questo rende possibile il confronto tra Fo e la Bibbia. «Io cerco di entrare e uscire tra i Vangeli e il percorso di Dario Fo. Ll’idea di un Gesù di Nazareth che ha una compagnia, suggerisce un’ironia rispetto alla Compagnia di Gesù ben famosa, che è quella dei Gesuiti; ma quella primigenia sarebbe quella che lui stesso avrebbe messo in scena. Gesù che si sposta in modo itinerante con uomini e donne, fatto abbastanza insolito, che mette in scena la grande drammaturgia dell’universo, in modo figurato e metaforico, sottolinea un rapporto tra questo “teatro” di Gesù e quello che Dario Fo presenta soprattutto tra gli anni ‘70 e gli anni ‘90»

To play, jouer, recitare: si può giocare con la Bibbia?

Risponde Campedelli: «Io penso di sì perché, prima di tutto, la Bibbia possiede già un enorme paesaggio di giochi linguistici. Ma io in fondo ho sempre immaginato che la Bibbia fosse una grande macchina teatrale, intesa come un testo polisemico fatto di azioni e interconnessioni. Poi verosimilmente la Bibbia è stato un libro che prima è stato detto e poi è stato scritto. Io lo ricordo nelle prime pagine: il libro della Genesi, il racconto della creazione in sette quadri, evoca chiaramente una narrazione affabulatrice nel senso più bello,  quello del cantastorie. Direi che questo mi pare interessante più che proiettare il teatro sulla Bibbia, ovvero trovare la dimensione teatrale che nella Bibbia c’è già».

 

Foto di Matteo Pezzi via Flickr

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