Alzare il livello di protezione per Maria Grazia Mazzola

Tra gli evasi dal carcere di Foggia c’è Ivan Caldarola, figlio della boss Monica Laera sotto processo a Bari per aggressione e minacce all’inviata del TG1

Tra i detenuti evasi il 9 marzo scorso dal carcere di Foggia, in seguito alla protesta scoppiata anche in altre carceri italiane subito dopo la comunicazione della sospensione dei colloqui con i familiari, in attuazione delle disposizioni del Governo per limitare il contagio dal virus Covid-19, c’è anche Ivan Caldarola

21 anni, barese, arrestato a gennaio 2019 per estorsione e detenzione illegale di armi da fuoco imputato per lo stupro aggravato di una bambina di 12 anni (accusa mossa quando lui aveva 17 anni), il giovane è figlio di Monica Laera – moglie del boss Lorenzo Caldarola (in carcere per associazione mafiosa), già condannata con l’accusa di associazione di stampo mafioso in Cassazione –, che il 9 febbraio 2018 aggredì con un pugno in pieno viso l’inviata del Tg1 Maria Grazia Mazzola che, nell'ambito di un’inchiesta sulla crescente militarizzazione del quartiere Libertà di Bari da parte dei clan che affiliano i minorenni, stava facendo domande proprio sul giovane Ivan, rampollo in ascesa della famiglia. Monica Laera, facendo pesare il suo status di donna della mafia, è stata rinviata al giudizio del Tribunale di Bari per i reati di aggressione fisica con aggravante mafiosa, lesioni e minacce di morte. 

Il gup di Bari ha ammesso la costituzione di sette parti civili a fronte di dieci richieste depositate in sede di udienza preliminare: oltre a quella presentata dagli avvocati della giornalista Rai, ci sono quelle dell’Ordine nazionale dei giornalisti, della Federazione della stampa italiana, dell’Associazione stampa romana, della Rai, di Libera e del Comune di Bari.

Ivan Caldarola è ritenuto rampollo della stessa famiglia che, come emerge dallle ultime inchieste della magistratura, è parte del clan Strisciuglio. Lo scorso novembre, mentre era ai domiciliari per un permesso, il 22enne ha manomesso il braccialetto elettronico e, a seguito della segnalazione di allarme per manomissione, è stato ricondotto dai poliziotti nel carcere di Foggia. Ivan Caldarola è persona pericolosa. Eppure, come ha denunciato la giornalista Mazzola all’indomani della notizia dell’evasione di Ivan Caldarola, le testate giornalistiche pugliesi hanno ignorato o edulcorato i gravi fatti avvenuti. «Leggete i giornali pugliesi: quanti hanno scritto oggi dell’evasione dal carcere di Ivan Caldarola? Per anni alcuni componenti di questo clan, lui in particolare e la madre Monica Laera che mi ha aggredito, hanno goduto del buio per assenza di notizie o per diminutio di notizie. Scrivere “la mala” al posto di mafia, scrivere della Laera “pregiudicata” invece di condannata per mafia, scrivere di me “presunta vittima” che “sarebbe stata aggredita”, vuol dire fare il gioco di chi non vuole che si comprenda il fatto. Un’aggressione mafiosa che hanno tentato di rappresentare come un litigio tra donne! Questo ha ingrassato ben bene i personaggi violenti e pericolosi come il ventenne Ivan Caldarola oggi latitante, e come la madre che mi ha aggredito Monica Laera, donna che ha familiarità con giubbotti antiproiettile e armi, condannata definitiva per 416bis e che è stata descritta come la “signora Caldarola” legata alla malavita. È una ignominia!».

Ivan Caldarola è latitante e ricercato su tutto il territorio nazionale. Le forze dell’ordine sono al lavoro per riprendere lui e gli altri evasi. Alla notizia è scattata la solidarietà di colleghi e gente comune che hanno espresso e stanno esprimendo il sostegno e la vicinanza alla giornalista Rai. Con un comunicato stampa diramato l’11 marzo Lazzaro Pappagallo, segretario dell’Associazione Stampa Romana, ha chiesto alle forze dell’ordine di alzare il livello di attenzione e di protezione nei riguardi di Maria Grazia Mazzola.

La redazione di Riforma rinnova il suo impegno a garantire una “scorta mediatica” nei confronti della Mazzola, e di altri giornalisti minacciati, raccontando i fatti e illuminando il lavoro e le inchieste dei giornalisti minacciati.

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