Gravity

Arte e scienza alla scoperta del cosmo e dello spazio tempo

Marcel Duchamp e Albert Einstein si trovano sotto lo steso tetto, quello del Maxxi di Roma, grazie alla mostra Gravity, Immaginare l’universo dopo Einstein. Ma cosa hanno in comune?
L’artista, in realtà uno fra i tanti presenti in mostra, lo ricordiamo per aver scardinato il senso comune rispetto all’arte, trasportando un oggetto dal proprio luogo d’uso abituale verso una nuova dimensione, quella artistica. Questo grazie a un abile gioco di cambio di prospettive: la magia è possibile attraverso lo sguardo dell’artista che vede prima degli altri quello che lo circonda, vede non solo la realtà, ma anche altre realtà ancora da scoprire. È più semplice allora trovare un punto di contatto con il fisico che ha rivoluzionato la nostra immagine del cosmo e dell’universo, che ha immaginato prima di tutti una realtà che, man mano, gli scienziati stanno scoprendo e verificando. Gli artisti e gli scienziati sono coloro che sanno ascoltare, che accolgono quelli che sono i segnali che arrivano dal cosmo o dal mondo circostante e cercano di decifrare i messaggi che ci manda la natura.
Uno dei curatori di questa mostra è Vincenzo Napolano, fisico e divulgatore scientifico presso l’istituto Nazionale di Fisica Nucleare

Il mondo attuale dimostra particolare interesse verso la ricerca scientifica, è d’accordo?
«C’è sempre maggior interesse verso la scienza e verso le idee e i risultati scientifici. Questo è un dato interessante perché vuol dire che bisogna attrezzarsi per saper raccontare quello che accade in modo adeguato e accessibile a tutti. Gravity va in questa direzione, usando anche i linguaggi dell’arte e dell’arte contemporanea; la mostra nasce dalla collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Agenzia Spaziale Italiana e il Maxxi che hanno coinvolto grandi nomi dell’arte contemporanea tra cui Tomas Saraceno, che ha realizzato un’installazione molto suggestiva e complessa, partendo dalle idee della fisica sul cosmo che abbiamo oggi».

Uno dei concetti presenti in mostra è quello della crisi. Cosa significa per voi?
«La crisi, per la scienza e per i fisici in particolare, è un momento buono, che apre la possibilità a nuove scoperte. La crisi c’è nel momento in cui ci accorgiamo che il modo in cui guardavamo il cosmo e l’universo in realtà non funziona o non funziona completamente. Per esempio la relatività nasce nel momento in cui ci si è resi conto che alcune idee della fisica classica non andavano bene se si considerava la propagazione della luce; da qui parte la riflessione di Einstein che arriva a concepire lo spazio e il tempo come relativi. Il momento della crisi e dell’incertezza apre la possibilità a nuova immaginazione, nuove teorie e poi nuove scoperte».

Un altro concetto che utilizzate, tra quello di crisi e di spazio-tempo, è anche quello di confini. In che modo lo affrontate?
«Questo è uno dei tre grandi temi in cui abbiamo diviso il racconto della mostra. I confini sono quelli dell’universo, quanto lontano possiamo spingerci a guardare nel cosmo, che poi significa quanto indietro nel tempo possiamo andare. La cosa interessante è che quella della relatività è la prima teoria che ci ha permesso di immaginare, elaborare i modelli dell’universo come un tutto unico, come se potessimo guardarlo dal di fuori e quindi poi di immaginare e provarne a descrivere con delle equazioni matematiche la storia, le sue origini e la sua evoluzione. Tutto parte dall’equazione di Einstein, dalla visione del cosmo che ha elaborato, poi questi modelli sono stati sviluppati con sempre maggior precisione e la cosa interessante che noi raccontiamo in mostra è che, da un certo puto in poi, gli scienziati hanno avuto la possibilità di avere anche delle prove sperimentali di questi modelli. Noi oggi possiamo fare delle ipotesi sulla storia remota, addirittura sulle origini dell’universo che in qualche modo sono verificate dalle osservazioni che facciamo dell’universo odierno. Come nel caso di questa scoperta che è stata fatta a metà degli anni ‘60, quella della radiazione cosmica di fondo, una radiazione che pervade tutto l’universo e che si è generata 300.000 anni dopo l’origine dell’universo. Considerando che la storia dell’universo è di 13,7 miliardi di anni siamo a un punto molto vicino alla sua origine e, studiando questa radiazione che ancora oggi pervade tutto il cosmo, siamo in grado di avere delle informazioni molto dettagliate e molto precise sull’origine dell’universo che conferma i nostri modelli. Io trovo straordinario che noi oggi riusciamo a dire che cosa è successo poche frazioni di secondo dopo l’origine dell’universo e addirittura trovare dei riscontri sperimentali nell’universo di oggi».

Com’è stato possibile raccontare questa nuova concezione dell’universo attraverso un percorso espositivo?
«È una sfida che speriamo sia riuscita. Ci sono tanti strumenti: da una parte l’installazione di Tomás Saraceno, che ha una forte componente sonora che intreccia suoni registrati nello spazio cosmico con suoni prodotti negli spazi della mostra, quindi in qualche modo mescola fenomeni completamente diversi facendoci intuire come, nell’universo, ogni azione corrisponde a una reazione e tutto è strettamente interconnesso; un’idea molto profonda presente nella visione fisica della realtà. Accanto a questo ci sono strumenti più didascalici, dei video che raccontano cose specifiche oppure dei veri e propri giochi. Ad esempio c’è una stanza in cui il visitatore entra e con la sua presenza e i suoi movimenti può deformarne le pareti, ovvero uno spazio virtuale proiettato, e quindi può giocare con lo spazio tempo, accorgersi che le masse nel cosmo, ad esempio le grandi stelle, i buchi neri o i grandi astri, deformano e incurvano lo spazio tempo. Abbiamo usato varie strategie adatte a pubblici diversi».

La gravità, che da il titolo alla mostra, quant’è importante per noi?
«Ce lo indicano due elementi fondamentali: da una parte recentemente, nel 2016, c’è stata la scoperta importantissima delle onde gravitazionali, l’ultima conferma della relatività generale. Einstein aveva previsto l’esistenza di queste onde un secolo fa e da almeno 50 anni, con diverse tipologie di esperimenti, i fisici di tutto il mondo stavano cercando di rivelarle. Finalmente nel 2016 è stata annunciata la loro scoperta dai ricercatori degli esperimenti LIGO, degli Stati Uniti, e VIRGO, una collaborazione italo francese. Questa scoperta ha avuto una grande risonanza mediatica verso il grande pubblico, uno spunto interessante per parlare di nuovo di gravità. Poi effettivamente la visione di Einstein segna una rivoluzione fondamentale nella storia delle conoscenza e di cui vale sempre la pena parlare per raccontare al pubblico quello che noi oggi sappiamo dello spazio, del tempo, del corso e dell’origine dell’universo».

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