L'intervista a Demetrio Canale, candidato al ministero diaconale

La biografia e il percorso di fede che ha portato Demetrio Canale a intraprendere il percorso diaconale nell'intervista di Radio Beckwith.

Demetrio Canale, 42 anni, è candidato al ministero diaconale e sarà consacrato domenica 24 agosto durante il culto di apertura del Sinodo delle chiese Valdesi e Metodiste a Torre Pellice. L’abbiamo intervistato nei nostri studi.

 

 

 

Le esperienze che ha raccolto nella sua vita personale immagino l’abbiano condizionata nella scelta di diventare diacono. In che modo e c’è qualche episodio o periodo che ricorda in modo particolare e che ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita nel percorso di fede?

Sono cresciuto in una famiglia di origine battista e valdese, di forti credenti. Sono sempre stato impegnato in varie opere sia italiane che estere, a livello volontario e lavorativo. Ho frequentato il Centro Culturale, Agape, Riesi, Casa Cares crescendo così in ambienti comunitari e a contatto con varie persone. Dalla metà di luglio di quest’anno sono ad Agape Centro Ecumenico, dove assumerò la vicedirezione.
Per quanto riguarda la mia decisione di diventare diacono credo che non ci sia più una chiamata, un arbusto ardente che ci indica direttamente la via. Ci sono invece piccole cose tutti i giorni, episodi, persone che si incontrano, luoghi che si frequentano e che diventano delle vere e proprie chiamate. Nella tradizione della nostra chiesa ci viene rivolta vocazione e noi esprimiamo la nostra vocazione. Credo che tutto il percorso che ho fatto abbia confermato la mia convinzione di volermi impegnare, secondo le mie capacità, nelle opere e nelle nostre chiese.

Lei ha parlato di capacità. Quali capacità crede debba avere maggiormente chi ricopre un ruolo come quello di diacono, pastore, predicatore locale o in generale a stretto contatto con le persone? Quale capacità vorrebbe poter offrire agli altri in modo particolare?

Al di là delle capacità specifiche e di formazione di ognuno di noi, sicuramente i talenti maggiori che dovremmo imparare a coltivare sono l’ascolto, la pazienza e l’accoglienza. Se l’ascolto è abbastanza diffuso la pazienza non è di tutti. L’ascolto per poter accogliere. Qualsiasi lavoro che noi facciamo con qualsiasi persona, dai più piccoli ai più anziani, dagli italiani agli stranieri, ha bisogno di ascolto e accoglienza.

Di ascolto di parla molto in questi tempi, in un ritmo di vita sovente frenetico e con metodi di comunicazione che son diversi dal passato e si modificano velocemente. Crede che ci sia anche una crescente mancanza di dialogo, di reciproco ascolto, di vere relazioni tra le persone o semplicemente dobbiamo imparare a vedere queste relazioni in altro modo?

Indubbiamente tutti i nuovi modi di comunicare, i nuovi mezzi di comunicazione, immediati, di facile accesso e fruibilità hanno la tendenza a fare comunicazione senza voler creare davvero dialogo. Non voglio assolutamente demonizzarli, sono un ottimo mezzo di comunicazione, ma bisogna imparare a fermarsi un attimo, a non dare solo il nostro punto di vista ma provare ad ascoltare anche gli altri. Non credo che sci sia meno ascolto oggi, forse c’è molta più comunicazione, informazione, siamo sommersi da notizie facilmente reperibili. Anche nel dialogo tra tutti coloro che lavorano nelle nostre chiese. Abbiamo forse troppe informazioni, dovremmo imparare a fermarci ogni tanto e a riflettere con un po’ di pazienza e ascolto in più nei confronti degli altri.

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