«Accogliere per ripartire»

Anche le chiese possono partecipare ai programmi di messa alla prova e lavori di pubblica utilità con l’intermediazione della Diaconia valdese

 

In un momento in cui si parla molto di inasprimento delle pene, ampliamento delle carceri, va in un’altra direzione l’esempio dei programmi di messa alla prova e lavori di pubblica utilità: ma quanti sanno che anche le chiese locali, attraverso la Diaconia valdese, possono offrire questa alternativa a chi deve scontare pene minori?

Per dare una prima formazione, rispondere alle domande e raccogliere le disponibilità a “mettersi in gioco”, la Diaconia valdese ha proposto due incontri online, la scorsa primavera e il 22 ottobre.

 

A condurli, Jessica Villa, che lavora per la Diaconia valdese dal dicembre 2020; ha coordinato i servizi inerenti all’area immigrazione (adulti e minori) su Milano e provincia e da circa un anno si occupa di Corridoi lavorativi e di sviluppo dei servizi inerenti all’area penale, su tutto il territorio nazionale; nello specifico è appunto referente del progetto dei programmi di messa alla prova (Map) e lavori di pubblica utilità (Lpu), che ci spiega: «Questo percorso nasce da una decisione forte del Sinodo che nel 2025 ci ha invitati a non cedere alla narrazione puramente repressiva della giustizia ma a essere comunità capaci di offrire una seconda possibilità».

 

Da qui la proposta di «Accogliere per Ripartire», con i due momenti online a cui hanno partecipato pastori, diaconi, responsabili di opere diaconali e membri di chiesa; una quindicina in totale, da tutto il territorio nazionale: dalle valli valdesi a Vittoria, passando dalla Campania, l’Umbria, città come Parma e Gorizia. «Il bilancio è positivo, – spiega, – c’è stato un buon interesse da parte delle comunità locali nel mettersi a disposizione. Per le chiese è una cosa nuova ed è giusto partire pian piano, con numeri piccoli, questo ci permette anche di seguirle meglio, di stabilire i contatti con i Tribunali dei rispettivi territori e gestire i singoli profili».

 

Ma in che cosa consistono i progetti di Map e Lpu? «Innanzitutto, permettono a persone che hanno commesso dei reati di minore gravità di riparare al danno fatto prestando un servizio gratuito a favore della collettività, evitando così un percorso di detenzione. Dal 2021 la Diaconia valdese è firmataria di un protocollo d’intesa con il ministero della Giustizia. Successivamente ha sottoscritto delle convenzioni con alcuni tribunali che permettono di avviare questi percorsi nei territori dove la Diaconia opera». Per l’attuazione dei programmi sono coinvolti anche gli uffici di esecuzione penale esterna (Uepe) e gli assistenti sociali che vi operano seguendo le persone interessate dal progetto. La Diaconia ha un ruolo cruciale: come spiega Jessica, «si fa capofila e garante delle convenzioni con i singoli tribunali, gestisce i contatti con questi e con l’Uepe, fornisce alle chiese la modulistica per monitorare i percorsi (registro delle presenze, modelli di relazione intermedia e finale da trasmettere all’Uepe e ai tribunali) e le supporta anche con un tutoraggio sulla parte burocratica (spese assicurative, corsi sulla sicurezza…)».

 

Le persone prese in carico, esclusivamente maggiorenni nel protocollo sottoscritto dalla Diaconia, svolgono diverse attività: «Stiamo accogliendo persone in molti dei nostri servizi e aree, su tutto il territorio nazionale. A seguito dell’incontro formativo primaverile alcune chiese hanno deciso di intraprendere questa attività, stiamo contattando i tribunali competenti per sottoscrivere la convenzione che ci permetterà di attivare i programmi. Accogliere queste persone significa organizzare con loro delle attività molto concrete, per esempio manutenzione degli spazi verdi o dei locali delle chiese, supporto nella preparazione e nella distribuzione dei pacchi alimentari, affiancamento nelle attività logistiche, di segreteria, fino alla collaborazione in progetti educativi o ricreativi. L’attività si sceglie con la persona e a seconda delle esigenze del servizio o della chiesa, cercando di combinare i desideri e le competenze della persona e gli effettivi spazi di accoglienza del servizio o della chiesa».

 

Al di là dell’aspetto “operativo”, questo tipo di esperienza porta una ricchezza innegabile: «Quello che si cerca di fare non è un lavoro marginale o “a parte” rispetto alle attività quotidiane dell’ente, ma un’esperienza in cui la persona si senta di nuovo utile, svolgendo delle attività sociali in un ambiente che favorisce la creazione di occasioni di incontro sane, costruttive, dove si cerca di mettere la relazione umana al centro. Questo perché la persona che svolge questi programmi senta che in qualche modo sta restituendo qualcosa di prezioso alla società e riscopra anche la sua dignità umana, non più come persona condannata, imputata o sotto processo, ma come essere umano».

 

Chi volesse saperne di più o dare la propria disponibilità a partecipare al progetto, può contattare la mail dedicata: [email protected].