Il Dio che Buzzati inseguì invano

Da non credente, lo scrittore e giornalista bellunese visse una ricerca spirituale che ci parla ancora

 

L’anima in continua ricerca di Dino Buzzati si staglia sul profilo delle sue Dolomiti o sulla distesa di terra rossiccia del Deserto dei Tartari (il film di Valerio Zurlini è di cinquant’anni fa, 1976), non cessa di interrogarci, a 120 anni esatti dalla nascita del giornalista e scrittore (16 ottobre 1906). E ogni tanto, come un fiume carsico non troppo distante dai “suoi” luoghi, riaffiora la questione del suo rapporto con Dio. Un rapporto che non si realizzò mai, anche se a volte evocato e forse segretamente invocato dall’autore stesso.

 

Un rapporto mancato, che divise la critica all’epoca del Deserto (il libro è addirittura del 1940) che ha tuttavia meritato vent’anni fa, un libro espressamente dedicato, da parte di Lucia Bellaspiga, «Dio che non esisti ti prego». Dino Buzzati, la fatica di credere (Ancora, 2006), in cui l’autrice esamina essenzialmente un certo numero di racconti. In molte delle situazioni che Buzzati raffigurava, fra ambientazioni di natura (valli alpine, boschi, sentieri) e quelle urbane, c’è sempre un alone di incertezza che mette a disagio i personaggi. Con l’aggravante (per loro) che questo disagio si manifesta in genere sovvertendo la quotidianità delle loro esistenze e del loro lavoro. Lì si annida il malessere, come in certa narrativa di impronta esistenzialistica – Camus ma anche Sartre. C’è in molti racconti di Buzzati la percezione che esista qualcuno che sta più in alto, o che permea il mondo senza manifestarsi visibilmente.

 

Sarà Dio? In un racconto, «Un mattino verso le dieci un pugno immenso comparve nel cielo sopra la città (…) Era Dio; e la fine del mondo» (“La fine del mondo”, in Sessanta racconti, 1958). Ma allora è un Dio che ha bisogno di manifestarsi con interventi soprannaturali. Eclatanti, dirompenti, certo. Ma non è il Dio della Bibbia, non è il Dio incarnato. È una presenza ineffabile da cui l’autore si è sentito attraversato, ma non sostenuto, interrogato ma non affiancato. Buzzati – spiega molto bene Bellaspiga – rifugge dagli atteggiamenti di facciata, anzi biasima chi si rivolge a Dio “solo all’ultimo”; lo scrittore cerca di capire che cosa sia la preghiera, ricorrente nei suoi testi, ma anche in questo caso si tratta di atteggiamenti che cercano il salvifico nel nostro mondo, non riconoscendovi un Parola altra.

 

Natura e soprannaturale, tran-tran e irrompere dell’assurdo: tutto ciò fa parte delle nostre vite, del mondo terreno. Di questo mondo il lavoro giornalistico di Buzzati, inscindibile dalla produzione letteraria, fu una grande opera di “scandaglio”. Nella cronaca nera e soprattutto in quella sportiva (impagabili le sue cronache dal Giro d’Italia del 1949) veniva fuori il divario che c’è tra le aspettative, la preparazione, lo studio e l’allenamento, e il senso di sconfitta che a dispetto di tutto ciò può sortirne come esito. Lo sport, di squadra o individuale, in questo è davvero metafora della vita. Buzzati smaschera, coglie la nostra piccineria e inconsistenza di fronte a ciò che non siamo in grado di spiegare, e in questo ci parla: abbiamo, proprio oggi, un gran bisogno di riconoscere i nostri limiti. Il passo della fede richiede un salto che a lui è stato precluso, come al sottotenentino Drogo, pieno di aspettative, in mezzo ad alti ufficiali paludati e pieni di prosopopea nella Fortezza Bastiani è sempre stato precluso l’incontro con il nemico. Drogo ne morì, e Buzzati ne soffrì con coerenza e dignità, ma lasciandoci testi di grande poesia.

 

 

Foto di Giorgio Lotti / Mondadori Portfolio