Un inizio accademico nel segno dell’ecumenismo
Al via il nuovo anno per la Facoltà Valdese di Teologia di Roma
Il nuovo anno accademico della Facoltà Valdese di Teologia di Roma si è aperto nel segno dell’ecumenismo: non come tema da studiare sui libri, ma come esperienza concreta di incontro tra tradizioni cristiane diverse e occasione per chiedersi come la teologia possa aiutare a costruire relazioni più consapevoli.
Sabato 3 ottobre, nell’Aula magna della Facoltà, si è tenuta la prolusione inaugurale del prof. Philipp Gabriel Renczes, della Pontificia Università Gregoriana, intitolata “Simbolo e soggetto: ripensare l’incontro ebraico-cristiano in prospettiva ecumenica”. Al centro, una domanda concreta: che cosa accade quando parliamo di ebraismo e di Israele senza incontrarli come soggetti, ma solo come simboli della nostra teologia?
Renczes è partito da una parola, “ebreo”, che nella storia cristiana ha assunto significati molto diversi. Indica il popolo della promessa, la cui storia è segnata dalla fede ma anche dalla persecuzione; per secoli, però, l’ebreo è stato rappresentato anche come colui che rifiuta Cristo, figura di accecamento e di chiusura in sé stesso. Da qui la proposta di ripensare il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo attraverso la teologia della grazia.
Il punto di partenza è la Scrittura. Negli scritti neotestamentari Pietro è associato all’annuncio ai circoncisi e Paolo a quello agli incirconcisi, ma senza una separazione rigida: il Vangelo è “prima del Giudeo e poi del Greco” (Rm 1,16) e “la salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22). Non è necessario diventare ebrei per diventare cristiani, ma la fede cristiana nasce dall’ebraismo e senza Israele non si comprende. Già nel Nuovo Testamento, però, compaiono rappresentazioni degli ebrei come figura del rifiuto, per esempio in Atti 28,25-28. Renczes invita a distinguere tra simbolo e realtà storica: una rappresentazione teologica non coincide con le persone concrete a cui si riferisce, e quando il simbolo sostituisce il soggetto nascono immagini deformate e conflitti.
La riflessione passa poi alla grazia. Contro Pelagio, Agostino insiste sulla gratia praeveniens: il rapporto con Dio non comincia da ciò che l’uomo fa o merita, ma da un dono che lo precede. La scolastica distingue la gratia sanans, che risana l’essere umano ferito dal peccato, dalla gratia elevans, che lo eleva alla vita con Dio; nella scolastica più tarda, secondo Renczes, le due dimensioni rischiano di separarsi, lasciando in ombra l’elevazione. Con Lutero la gratia elevans torna dentro la giustificazione: guarigione ed elevazione sono un unico dono, pienamente ricevuto ma mai posseduto una volta per tutte. Da qui la tensione tra “già” e “non ancora”, che esprime anche la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999.
Se la grazia precede sempre l’essere umano e resta da ricevere, si comprende il problema di una rappresentazione opposta, in cui la Legge appare come qualcosa di già compiuto e posseduto. Il rischio è presentare l’ebraismo come la religione della Legge, in cui la salvezza si avrebbe per osservanza, e il cristianesimo come la religione della grazia: Israele diventa così la figura contraria alla grazia cristiana. Il problema, mostra Renczes, non è l’ebraismo, ma l’immagine che il cristianesimo ne ha costruito. È il passaggio “da profeta a Caino”: Israele, testimone della promessa, diventa colui che rifiuta, fino ad assumere i tratti del fratello che uccide il fratello. Ma anche Caino è ambivalente: Dio non lo abbandona e pone su di lui un segno di protezione. Israele non è eliminato dalla storia della salvezza, anche quando la sua immagine viene deformata.
La conclusione propone due movimenti complementari. “Accogliere il soggetto Israele nel simbolo”: ricordare che dietro le immagini teologiche c’è un popolo concreto, con una tradizione viva e plurale, una storia, una diaspora, donne e uomini. “Accogliere il simbolo nel soggetto Israele”: riconoscere le immagini costruite dal cristianesimo e sottoporle a una purificazione della memoria, rileggendo il passato senza cancellarlo. Il cammino resta aperto: la riconciliazione non è una rottura con la storia, ma la possibilità di rileggerla alla luce di una grazia che precede, accompagna e trasforma.
Il giorno dopo, domenica 4 ottobre, il percorso è proseguito nella chiesa episcopale di Saint Paul’s Within the Walls, con un culto bilingue in inglese e spagnolo. La celebrazione ha reso visibili le diverse anime della comunità anglicana romana: da una parte la tradizione più vicina alla High Church, con una liturgia ricca di elementi e simboli; dall’altra la tradizione latino-americana, con il suo patrimonio linguistico, culturale e liturgico.
L’occasione era resa ancora più significativa dall’anniversario della comunità latino-americana, che da trentacinque anni vive e celebra la propria fede nella chiesa di Saint Paul’s. La predicazione del rev. Jonathan Evans, sul testo di Matteo 21,33-46, si è inserita in questa celebrazione, che ha riunito sensibilità e provenienze differenti all’interno della stessa comunità.
Dopo il culto, l’agape si è svolta nella cripta, che durante la settimana ospita il Joel Nafuma Refugee Center, centro diurno per rifugiati e richiedenti asilo. Lo stesso spazio che la domenica accoglie una comunità diventa così luogo di ascolto e sostegno per chi vive una fragilità.
Le due giornate hanno mostrato che l’ecumenismo non consiste solo nel mettere insieme persone di chiese diverse: è anche imparare a guardare la propria tradizione con occhi nuovi, riconoscendone la ricchezza e le ambivalenze. La teologia, uscita per un momento dalle aule, ha trovato un prolungamento nella vita delle comunità: nel dialogo, nella celebrazione condivisa, nell’accoglienza. Così l’anno accademico si apre come invito a studiare per comprendere e a confrontarsi senza cancellare le differenze.