Regeni continua a “fare cose”…

Ieri il verdetto per l’omicidio in Egitto del ricercatore Giulio Regeni, dieci anni dopo. Tre agenti egiziani sono stati condannati (in Italia) a 10 anni per sequestro, uno è stato assolto

 

Era il 3 febbraio 2016 quando il corpo di Giulio Regeni (ricercatore italiano di ventotto anni) venne trovato senza vita a Il Cairo con evidenti segni di violenze e torture. 

Ieri la prima Corte d’Assise di Roma presieduta da Paola Roja ha annunciato il verdetto (dopo 3.890 giorni) per tre dei quattro imputati per l’omicidio del ricercatore friulano sequestrato il 25 gennaio di dieci anni fa e ritrovato morto su ciglio di una strada con evidenti segni di violenze e terribili torture. 

 

Trent’anni, dieci anni a persona, è l’ammontare della condanna inflitta a tre agenti dei servizi segreti egiziani imputati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo – e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed.

Tre condanne, dunque, per il sequestro e le torture inflitte a Giulio Regeni, ma nessuna per l’omicidio del ricercatore.

 

Ai giornalisti, uscendo dall’aula, i genitori di Giulio hanno detto: «Siamo soddisfatti”, anche se quella raggiunta è una “verità” incompleta».

I condannati risultano da sempre irreperibili a causa della mancata collaborazione del regime di Al Sisi.

 

«Da oggi tutti i cittadini del mondo potranno sentirsi più sicuri – ha detto al termine della sentenza incalzata da una moltitudine di giornalisti l’avvocata Alessandra Ballerini, legale dei familiari di Regeni –. Con questa sentenza tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come lo sono i anche i corpi».

 

L’omicidio Regeni ha profondamente segnato i rapporti tra Egitto e Italia: gli ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani, infatti, non sono mai comparsi in aula, seppur giudicati colpevoli dalla prima Corte d’Assise a Roma. La Procura, infatti, aveva chiesto l’ergastolo per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, indicato come l’esecutore materiale, e 17 anni e mezzo per gli altri tre.