Denise, il peso del dolore
È morta la figlia di Lea Garofalo che venne brutalmente assassinata dalla ‘ndrangheta per aver denunciato la famiglia
È morta Denise, figlia di Lea Garofalo. Aveva 35 anni, la stessa età che aveva la mamma Lea quando nel 2009 venne brutalmente assassinata e fatta a pezzi dall’ex compagno Carlo Cosco, padre di Denise, perché aveva deciso di diventare testimone di giustizia, raccontare le nefandezze delle famiglie di ‘ndrangheta in cui era cresciuta. Una vita in fuga, fin da piccolissima quella di Denise. Dopo il terribile omicidio della madre altri dolori, altre fughe, nuove identità.
«Nel restare fedele al percorso di riscatto iniziato da Lea, la sua adorata mamma, Denise ha dovuto vivere per anni nascosta, senza però mai rassegnarsi davvero, perché il suo sogno era sentirsi finalmente libera e autonoma – ha dichiarato ieri don Luigi Ciotti – . Proprio come Lea, Denise aveva infatti una grande sete di vita, di libertà e di amore. Vogliamo adesso immaginarla riunita in un grande abbraccio con la sua mamma. Vorremmo dirle “Scusa! Perdonaci per non essere riusciti a tenerti qui con noi».
«Dovremmo avere il coraggio di guardare la realtà in faccia: la mafia uccide in tanti modi: – scrive sul sito di Articolo21 il giornalista Paolo Borrometi, a sua volta sotto scorta dal 2014 per minacce mafiose – con il piombo dei proiettili ma anche con la fatica della sofferenza. Le mafie uccidono, provocano sofferenze difficili da comprendere se non le si vivono».
La storia di Lea è stata raccontata su Riforma alcuni anni fa da Federica Tourn: «Essere adolescenti a Petilia Policastro, piccolo comune in provincia di Crotone, non è semplice, soprattutto se ti chiami Garofalo e sei figlia e sorella di boss dell’ndrangheta. Così ti pare che fare la fuitina con il tuo ragazzo e scappartene al nord sia una buona idea, forse anche una cosa romantica, non importa se finisci in un caseggiato fatiscente alla periferia di Milano e lui è Carlo Cosco, legato a filo doppio con gli affari di tuo fratello Floriano.
A diciassette anni nasce una bambina, Denise, e sembra niente ma la cronaca recente dice che per le donne di ‘ndrangheta, per alcune più forti e tenaci – da Giusy Pesce a Maria Stefanelli o Maria Antonietta Cacciola – i figli sono la molla per cangiari e rovesciare tutto, scardinare il sistema familista per eccellenza, sgusciare via dalla tenaglia di morte che vuole che tutto continui a ripetersi senza fine. La ragazzina ribelle che ha consegnato armi e visto tagliare cocaina, quando il compagno viene arrestato prende la piccola Denise e se ne va.
Ma non sono porte che si riescono a chiudere, quelle. Non è che puoi lasciare impunemente il tuo uomo in galera, ci sono codici non scritti che ti marcano il passo, guai sgarrare. Nel 2002 Lea entra nel programma di protezione come testimone di giustizia e comincia la vita da raminga in fuga da una città all’altra, con gli assegni che arrivano in ritardo, il lavoro che non c’è, Cosco che ha giurato di ritrovarle perché sono roba sua. Il fratello Floriano viene ammazzato, le mandano un killer travestito da idraulico, lei riesce a metterlo in fuga. Dorme con un coltello sotto il cuscino. Nel 2009 accetta di incontrare Cosco con la figlia per parlare del futuro di Denise: con lei si sente al sicuro, e poi sono a Milano, mica in Calabria, non succederà niente.
Il 24 novembre l’ex convivente la carica in un furgone mentre la figlia è dai parenti; tutto è organizzato da tempo. La si penserà sciolta nell’acido fino al ritrovamento dei resti: un chilo e trecento grammi, 2800 frammenti d’osso. Carlo Cosco è stato condannato all’ergastolo in primo e secondo grado per l’uccisione di Lea, madre di sua figlia, la ragazza ribelle che ha mostrato il lato scoperto dell’ndrangheta».
«Parlo per amore di mia figlia», spiegava Lea. E con sua figlia finì sotto protezione. Ad aiutarla don Luigi Ciotti e tanti volontari di Libera, in particolare l’avvocato Enza Rando. Fu lei ad aprire il percorso del progetto “Liberi di scegliere”, da poco diventato finalmente legge.
«Al processo per l’omicidio di Lea sono stata l’avvocata di Denise – ricorda oggi Enza Rando – : un percorso drammatico in cui l’ho sostenuta e accompagnata per tanti anni in questa battaglia di verità e giustizia. Con Denise ho conosciuto il coraggio straordinario di una giovane donna, una forza immensa che ha lottato fino in fondo. Tuttavia ha portato sulle spalle un peso inumano: il dolore della perdita, il vuoto di domande che non troveranno mai risposta e i mostri interiori con cui chi resta è costretto a convivere ogni giorno. I figli delle vittime di mafia sono doppiamente vittime: spogliati dei loro affetti, strappati alle proprie radici e costretti a ricostruirsi un’esistenza sotto un’altra identità, lontani dai propri luoghi e dentro vite che non si sono scelti».
«Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva detto Denise in aula prima di testimoniare contro Carlo Casco al processo per l’omicidio della madre.
Il 13 ottobre 2013 in piazza Beccaria a Milano, una volta recuperati i pochi resti di Lea, si tennero i funerali con migliaia di persone, celebrati da don Luigi Ciotti. La figlia Denise seguì la celebrazione nascosta, dietro a una finestra. Ma l’altoparlante portò la sua voce ricorda Rai News : «Lea, la mia cara mamma, ha avuto il coraggio di ribellarsi alla cultura della mafia, la forza di non piegarsi alla rassegnazione e all’indifferenza. Ma la vostra presenza è un segno di vicinanza non solo a lei, ma a tutte le donne e gli uomini che hanno rischiato e continuano a rischiare. Per me è un giorno molto difficile, ma la forza me l’hai data tu, se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti».