I cambiamenti climatici sono solo una questione ambientale?
La vulnerabilità climatica spesso si associa alla fragilità delle persone: un circuito perverso mette dunque a rischio la coesione sociale, e sarà necessario un ripensamento generale del nostro welfare
La risposta ce la dà il titolo di qualche giorno fa apparso su Libero: «Panico a sinistra, il condizionatore è di destra – Le accuse di Bonelli al caldo: si accanisce soprattutto sui poveri”. Il titolo vorrebbe deridere gli allarmismi per il clima, ma in realtà svela la falsa coscienza di una destra filo-fossile, incapace di proporre soluzioni strutturali. Il riscaldamento globale è arrivato, nonostante i negazionisti, e tutti capiscono che non si combatte con i condizionatori d’aria. Serve un’analisi un po’ più esaustiva, che dia ragione di ciò che sta succedendo, solo per parlare di questi giorni: dal Piemonte alla Cina, tra incendi, tifoni, ondate di calore!
Una cosa è certa, la crisi climatica ha accelerato: solo 8 anni fa l’Ipcc prevedeva che si sarebbe superata stabilmente la soglia di +1.5°C rispetto all’era preindustriale intorno al 2040; il superamento è avvenuto già nel 2024 e 2025, e sta proseguendo nel 2026. E l’inazione nelle politiche pubbliche non può che peggiorare la situazione. Non far nulla o, peggio, puntare ancora sul fossile, rallentando l’innovazione, che il Green Deal europeo aveva avviato, condanna il l’Italia, ma anche l’Europa e il Mondo, non solo alle ricorrenti esplosioni belliche per la competizione tra chi vuole controllare il mercato energetico fossile e rinviare la rivoluzione delle rinnovabili, ma anche a pagare un prezzo molto alto in termini ambientali (desertificazione e crisi idriche, alluvioni, invasione di specie aliene…), economici (crisi agricola, aumento dei costi dell’energia, dipendenza da pochi grandi produttori, costi di riparazione per le emergenze climatiche, …).
Ma quello su cui non si ragiona mai abbastanza è che la geografia della vulnerabilità climatica moltiplica quella delle disuguaglianze sociali e territoriali, ponendoci di fronte a una crisi sistemica. Sul piano finanziario, i ricchi possono permettersi case resilienti agli eventi estremi, sistemi di backup energetico, assicurazioni private. Sul piano tecnologico, hanno accesso a servizi avanzati e a tecnologie domestiche intelligenti. Sul piano del reddito, posseggono spesso case in montagna e possono svolgere lavori on line. Sul piano informativo, i ceti più istruiti comprendono meglio le proiezioni climatiche, hanno più dimestichezza nell’accesso alle opportunità offerte dalle tecnologie e dalle politiche e adottano comportamenti preventivi. Le stesse ondate di calore sono insieme un problema ambientale, per la crescita della domanda di raffrescamento, di vivibilità urbana, di sanità pubblica, di sicurezza per chi deve lavorare all’aperto.
A loro volta le disuguaglianze accelerano la crisi climatica. La concentrazione del potere nelle mani di pochi attori legati ai settori ad alta intensità di carbonio rallenta le trasformazioni necessarie.
Ma anche le politiche di decarbonizzazione possono aggravare i divari. Gli incentivi economici – dagli sgravi per veicoli elettrici ai sussidi per pannelli solari – sono strutturalmente regressivi. Richiedono capacità di investimento iniziale, capienza fiscale, proprietà immobiliare e competenze per navigare tra burocrazie complesse. O ancora le limitazioni al traffico urbano creano “apartheid della mobilità”: chi possiede veicoli vecchi per necessità economica viene escluso dalle Ztl.
Ma, attenzione, perché anche le politiche sociali possono accelerare la crisi climatica. Il bonus carburante esemplifica questo paradosso: risponde a esigenze sociali legittime ma socializza i costi dell’energia mantenendo privatizzati i profitti, ostacola la ricerca di alternative sostenibili e consolida la dipendenza dall’automobile privata. Le politiche tradizionali di contrasto alla povertà energetica – riduzioni tariffarie, sussidi per le bollette – alleviando il problema nell’immediato non affrontano le cause strutturali e riducono gli incentivi all’efficienza energetica, rallentando lo sviluppo delle fonti rinnovabili.
La crisi climatica ci restituisce un contesto di nuovi rischi sociali che richiedono con urgenza la necessità di ripensare il welfare della nostra epoca e insieme accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, oggi meno costose delle tecnologie basate sui combustibili fossili: il costo di un MWh prodotto con il gas è di 111,45€, mentre quello prodotto con il fotovoltaico è di 53,59€. E basta pensare alla Spagna, che grazie ai forti investimenti nelle rinnovabili ha oggi i prezzi dell’energia elettrica tra i più bassi d’Europa!
Oggi sappiamo che crisi climatica e disuguaglianze si alimentano reciprocamente in un circolo vizioso che mina insieme la coesione e la giustizia sociale e la possibilità stessa di speranza in un futuro migliore.
Vittorio Cogliati Dezza è stato presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015. Oggi è membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e si occupa di giustizia ambientale e sociale.