Il nuovo pluralismo religioso
Dalla Costituente al patto interreligioso dell’Ara Pacis: ottant’anni di cammino verso una libertà religiosa ancora incompiuta.
In un tempo di guerre e di fondamentalismi è rassicurante l’immagine che nei giorni scorsi ci è arrivata dall’Ara Pacis di Roma, dove gli esponenti delle principali comunità religiose presenti in Italia si sono incontrati per sottoscrivere un patto di collaborazione e di impegno a promuovere la coesione sociale. Il fatto che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella., abbia ricevuto i firmatari è un ulteriore elemento positivo, che conferma la realtà del nuovo pluralismo religioso che ormai si è affermato anche in Italia.
Questo risultato è una tappa – non ancora il traguardo finale – di un lungo processo storico e politico che in quest’anno facciamo bene a ricordare.
Come è stato solennemente ricordato nei giorni scorsi, infatti, ottanta anni fa si celebrò il referendum istituzionale e si svolsero le prime elezioni democratiche dopo il ventennio della dittatura fascista, finalizzate e comporre l’Assemblea Costituente: un corpo politico di uomini e di donne al quale il popolo affidava il compito di scrivere la Costituzione di uno stato democratico e antifascista.
In quel fondamentale passaggio storico gli evangelici si mossero tempestivamente, diffondendo un manifesto in cui si chiedeva che la nuova Costituzione affermasse «l’imparzialità dello Stato, non confessionale e libero da ogni ingerenza ecclesiastica. Alla parità dei culti e alla eguaglianza dei cittadini indipendentemente dal culto professato si affermava – consegue la libera attività delle Chiese, la laicità della scuola pubblica e la libertà dell’insegnamento religioso privato».
Gli evangelici italiani, in altre parole, chiedevano una svolta radicale riguardo al tema della libertà religiosa delle varie comunità di fede, a quel tempo soprattutto ebrei, evangelici e ortodossi.
Ma su questa materia l’eredità del regime fascista era pesante: da una parte il Concordato del 1929 aveva confermato la formulazione dello Statuto Albertino che affermava che la religione cattolica, apostolica e romana era la sola religione dello Stato e, dall’altro, la legge sui ‘culti ammessi’ aveva posto le altre comunità di fede sotto il controllo del ministero dell’Interno.
L’Assemblea Costituente doveva quindi decidere come riformulare il tema della libera religiosa nel nuovo quadro democratico.
In quel frangente, la posizione evangelica fu ben interpretata dal giurista valdese Giorgio Peyrot. Si deve a lui una puntuale ricostruzione della condizione giuridica degli evangelici italiani nel quadro delle norme di epoca fascista e una serie di proposte che arrivarono direttamente ai gruppi parlamentari. Fu una grande testimonianza che intrecciava valori politici liberali e coscienza dell’identità protestante.
La ricostruisce puntualmente un saggio della giurista Ilaria Valenzi, recentemente pubblicato dall’editore Carocci, dedicato proprio alla figura di Peyrot e al ruolo che ebbe nel percorso che nel 1984 portò il Parlamento ad approvare la prima intesa tra una confessione religiosa, l’Unione delle chiese valdesi e metodiste, e lo Stato.
Il libro di Ilaria Valenzi descrive con rigore e vivacità l’azione di un giurista che si sforzò di tradurre nel linguaggio delle norme e degli ordinamenti costituzionali i principi teologici e il sentimento della comunità evangelica: se il principio cardine allora rivendicato da Peyrot e dagli evangelici italiani era la libertà della Chiesa di predicare e testimoniare la propria fede senza vincoli o interferenze, a esso si associava un’idea forte della laicità dello Stato.
Le cose non andarono esattamente come si sperava. L’ipoteca confessionale cattolica sulla neonata repubblica era ancora molto forte, e anche i partiti laici e di sinistra cedettero alle pressioni di chi chiedeva la semplice conferma del Concordato del 1929. Il compromesso fu la creazione di un altro strumento di regolazione dei rapporti tra lo Stato e le altre confessioni religiose: le intese, infatti previste dall’articolo 8 della Costituzione.
L’immagine dell’Ara Pacis che accoglie un cardinale affiancato a un rabbino e a un pastore evangelico; un praticante buddhista accanto a un vescovo ortodosso, un maestro di yoga vicino a un musulmano e a un sikh con il suo vistoso turbante è uno dei frutti di quella stagione politica che si aprì con l’Assemblea Costituente, giustamente rievocata nei giorni scorsi.
Ottanta anni dopo, il frutto della libertà religiosa non è ancora giunto alla sua piena maturazione. Alcune importanti comunità di fede non sono ancora tutelate dalle intese e la vecchia legge fascista sui culti ammessi, sia pure emendata, è ancora in vigore.
Ma l’Italia delle religioni è più avanti e più realistica di quella della politica. E la foto a molti colori di uomini e donne di fede che firmano un patto per la coesione sociale è un bel modo di ricordare la lunga storia della lotta per la libertà religiosa in Italia.