Uruguay: dialogo tra lo Stato e le comunità religiose sulle droghe
Protagonista anche l’Iglesia valdense
Con l’obiettivo di generare uno spazio ampio, plurale e democratico di dialogo tra lo Stato e le comunità di fede presenti nel paese, lo scorso mercoledì 15 aprile a Montevideo si è svolta una tavola rotonda interreligiosa organizzata dal Consiglio Nazionale delle Droghe insieme alla Commissione Interamericana per il Controllo dell’Abuso di Droghe, alla presenza anche del presidente della Repubblica Yamandú Orsi.
L’incontro ha cercato di rafforzare un’agenda condivisa di fronte a sfide sociali urgenti – come il consumo problematico di sostanze, la violenza e la frammentazione sociale – promuovendo risposte integrali che articolano politiche pubbliche con la conoscenza territoriale e l’esperienza di accompagnamento che le comunità religiose sviluppano quotidianamente.
È stato evidenziato il carattere significativo dell’incontro in termini storici e istituzionali. Nicolás Iglesias Schneider, moderatore del tavolo di scambio, ha sottolineato che, sebbene ci siano spazi di dialogo interreligioso da più di due decenni, «è la prima volta che il Presidente della Repubblica partecipa a un’istanza di questo tipo come ascolto», il che conferisce all’evento un quadro nuovo e rilevante. Allo stesso modo, ha sottolineato che la convocazione dello Stato stesso rappresenta «un cambiamento nella dinamica abituale», dove questi spazi erano promossi principalmente dalle stesse comunità di fede.
Un altro degli aspetti valutati è stata la riflessione su una laicità intesa da una prospettiva più aperta e dialogante. Secondo Nicolás, si trattava di una visione «più positiva, inclusiva e senza paura, adattata al XXI secolo».
Nel panel interreligioso è stata evidenziata la ricchezza delle diverse tradizioni e dei punti di vista. Per Gabriel Rossi Gonnet, segretario generale del Consiglio Nazionale delle Droghe dell’Uruguay, «non si tratta di uniformare le idee, ma di riconoscere che, anche da diverse prospettive, ci può essere una volontà condivisa di proteggere la vita e accompagnare meglio coloro che ne hanno più bisogno».
Presenza valdese nell’attività
Durante la giornata è stato valorizzato il contributo storico e attuale delle comunità di fede nella costruzione del bene comune, nella convivenza e nella promozione dei diritti. Dalla Chiesa Evangelica Valdese del Río de la Plata hanno partecipato i pastori Carola Tron e Oscar Geymonat, oltre a Simón Quintela Bartel che si è unito alle istanze di formazione come coordinatore generale della Segreteria esecutiva della Diaconia.
Carola Tron, ha sottolineato che «è importante avere una presenza come chiesa valdese nell’ambito del dialogo dello Stato con le diverse espressioni religiose presenti in Uruguay. Abbiamo una testimonianza di presenza nel paese che risale alla formazione delle colonie e con una forte impronta di impegno sociale nel coinvolgimento sia nei settori dell’istruzione che legati alla salute dal lavoro in disabilità, anzianità, infanzia, da molti anni». In questo contesto la pastora ha riaffermato il valore della laicità come garanzia di diversità e rispetto, nonché la necessità di mantenere una chiara distinzione tra gli ambiti dello Stato e le chiese.
Per Oscar Geymonat, la giornata ha portato a rilevare una «diversità parziale, ma significativa, di un mondo religioso che si arricchisce molto quando possiamo conoscerlo, apprezzarlo e riconoscerci quando percorriamo gli stessi sentieri».
Istanza di formazione e scambio
L’incontro faceva parte di un processo più ampio che ha incluso anche istanze di formazione sviluppate in giornate complementari, con la partecipazione di circa 25 comunità religiose.
Simón Quintela Bartel ha raccontato che tali istanze hanno permesso di affrontare questioni come il ruolo delle organizzazioni basate sulla fede nella trasformazione sociale, le strategie di cura e accompagnamento e i limiti legati al rispetto dei diritti umani e alla libertà di coscienza.
Allo stesso modo, ha sottolineato che sono stati promossi approcci incentrati sulla dignità umana, evitando prospettive punitive o stigmatizzanti, e che sono stati fatti progressi nell’elaborazione di un documento di consenso come base per le future articolazioni. Tuttavia, ha affermato che «l’enfasi quasi esclusiva sul consumo problematico in settori con risorse inferiori ha lasciato in evidenza uno sguardo parziale, poiché il fenomeno sembrava essere definito come problematico più per il suo impatto indiretto sulle classi medie e alte che per quello che ha sulla persona stessa. Questo spostamento, in ultima analisi, rischia di perdere di vista quel soggetto di diritto e di desiderio che è – o dovrebbe essere – il centro di qualsiasi intervento».
Mentre sono emerse anche domande e tensioni su alcuni approcci e quadri concettuali, il bilancio complessivo è stato positivo. «Aver generato uno spazio di ascolto reale tra attori così diversi costituisce già un passo significativo», ha concluso, sottolineando anche l’opportunità che questi incontri si traducano in legami sostenuti e forme concrete di cooperazione.