Nel Libano in guerra, Medical Hope non si ferma

Nel pieno dell’emergenza, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia avvia la distribuzione di pacchi di prima necessità alle famiglie più vulnerabili

 

Il Libano è in ginocchio. Gli ultimi attacchi sferrati dal governo israeliano su Beirut hanno causato numerose vittime civili e distrutto diverse infrastrutture. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che ci sarebbero oltre 300 morti e almeno 1.150 feriti: il bilancio complessivo dall’inizio della guerra tra Israele e Hezbollah, il 2 marzo, sale così a 1.888 morti e 6.092 feriti. Inoltre, più di un milione di persone hanno lasciato le proprie case. La situazione è particolarmente complessa a Beirut, dove dal 2016 opera il progetto sanitario Medical Hope, nell’ambito del programma dei Corridoi umanitari, promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (che ha condannato l’escalation con una nota del Consiglio, ndr.), insieme alla Tavola valdese e alla Comunità di Sant’Egidio.

 

«Il Libano sta vivendo forse la situazione più difficile degli ultimi anni», racconta il dottor Luciano Griso, ideatore del progetto Medical Hope.

«Il terribile bombardamento dell’8 aprile è avvenuto in violazione di tutte le leggi internazionali e morali: è stata colpita la popolazione civile inerme. Si parla di circa un milione di sfollati, che vivono, da un lato, una difficoltà materiale: la gente scappa in auto o con mezzi di fortuna e, avendo poco tempo, porta con sé solo l’essenziale, lasciando tutto il resto; dall’altro, una difficoltà esistenziale: chi fugge dal Sud (la zona di confine maggiormente interessata dal conflitto tra Israele e Hezbollah) abbandona l’intera propria vita nei luoghi in cui viveva e ai quali difficilmente farà ritorno. Israele ha abbattuto cinque dei sei ponti che collegano, attraverso il fiume Litani, il sud del Libano al resto del paese. Gli sfollati sono quindi costretti a ricostruirsi una nuova vita in un paese che già da anni attraversa una profonda crisi sociale, economica e politica».

 

Muoversi per le vie della città è estremamente pericoloso: si teme di essere colpiti da un momento all’altro.

Attualmente, prosegue Griso, in Libano sono operative due persone del team di Medical Hope: un’infermiera libanese e un operatore sociale – un rifugiato siriano –, che lavora da anni per il progetto. «La nostra infermiera purtroppo è stata colpita da un grave lutto familiare: durante il bombardamento di due giorni fa (8 aprile, ndr) è morta una sua giovane cugina. In questa fase, in accordo con il Consiglio della Fcei, è stato siglato un accordo con alcuni supermercati e avviata la distribuzione di pacchi famiglia con generi di prima necessità. Sul fronte sanitario, ci siamo attivati per proseguire l’accompagnamento dei pazienti: attraverso videochiamate riusciamo a seguire alcuni dei nostri assistiti e a decidere gli approfondimenti diagnostici e terapeutici necessari; per i casi più complessi siamo in contatto con una dottoressa libanese alla quale inviamo i pazienti che necessitano di una visita in presenza. Inoltre, garantiamo la fornitura di farmaci, distribuiti presso il nostro ambulatorio nel quartiere di Geitawi, a Beirut, o reperiti grazie ad associazioni e organizzazioni locali, con cui intratteniamo da tempo una proficua collaborazione».

 

I pacchi vengono distribuiti non solo a famiglie da tempo seguite e prese in carico da Medical Hope, ma anche a persone sfollate che vivono nelle strade di Beirut, prive di alloggio e sostentamento.

«Al momento abbiamo distribuito 248 pacchi – racconta Griso –. Il problema è che una distribuzione una tantum non ha senso e, non avendo idea di quando l’emergenza finirà, abbiamo deciso di consegnare i pacchi alle stesse famiglie ogni due settimane. Ogni pacco costa 25 dollari e, volendo raggiungere circa 300 famiglie, ogni distribuzione ha un costo di 7.500 dollari. Dobbiamo verificare che la spesa sia sostenibile nel tempo e di non essere costretti a sospendere la distribuzione bruscamente».

L’intervento emergenziale, avviato grazie alla generosità di una donatrice, allo stanziamento di fondi Opm battista e valdese e a risorse proprie della Fcei, è programmato per un periodo iniziale di circa tre mesi.

 

«Nei fatti Medical Hope ha subito un rallentamento: non ce la sentiamo di chiedere ai nostri due operatori in loco di muoversi per incontrare le persone e distribuire le medicine, perché sarebbe una responsabilità enorme. Durante gli spostamenti potrebbero essere colpiti da bombardamenti. Senza dubbio i due operatori sono estremamente preoccupati e provati: il bombardamento dell’8 aprile è stato terrificante, tutti erano terrorizzati e anche loro ne hanno risentito profondamente. Mensilmente facciamo una supervisione psicologica con la professoressa Francesca Nuzzolese, docente di Teologia pratica presso la Facoltà valdese di Teologia. Purtroppo, abbiamo dovuto saltare l’incontro che era previsto per giovedì mattina, perché la nostra infermiera era impegnata nel funerale della cugina uccisa nei bombardamenti, ma ci incontreremo sicuramente la prossima settimana, e quel momento sarà senz’altro di grande aiuto».

L’attività di Medical Hope ha subito un forte rallentamento ma, come ha concluso Griso con un sorriso fiducioso, «non ci siamo mai fermati e questo, quando sarà nuovamente possibile operare sul campo, ci permetterà di riprendere le nostre attività con maggiore energia e, speriamo, con buoni risultati».