Scuola Latina, corso di occitano
A Pomaretto (To)
Di Paola Revel
“Le nostre radici sono nella terra che abitiamo e nelle storie che ricordiamo”. Le parole dello scrittore Mario Rigoni Stern risuonano profondamente come legame tra radici e ricordo, tra terra e tradizioni, tra identità e memorie. Nella parola ricordiamo, possiamo rintracciare proprio radici: come dire che i ricordi sono profondamente radicati dentro di noi. Un profondo simbolismo lega questi due termini: le radici rappresentano la nostra origine e il ricordare è mantenere vive le tradizioni della nostra terra, fatte di luoghi, di persone, in un contesto dove la lingua e la musica sono il filo conduttore che lega la comunità alla sua storia e alla sua identità. Le radici non sono sotto i nostri piedi: sono le voci che abbiamo ascoltato e ogni volta che cantiamo, tornano a parlare, perché il canto nasce da una voce, passa da bocca a orecchio, diventa scrittura su un vecchio quaderno, si imprime su un nastro magnetico, perché nulla vada perduto.
La Sala incontri della Scuola Latina, intitolata al prof. Teofilo G. Pons, al quale dobbiamo, tra le moltissime pubblicazioni, una raccolta di canti dal titolo Voci e canzoni della piccola patria, ha ospitato il 3°corso dedicato ai canti in patouà della val Germanasca e di altre vallate occitane, come la val Chisone, la val Maira e la val Varaita. «Penso che sia importante coltivare questa lingua, se non vogliamo perderla. Ma sappiamo che non esiste un unico, giusto modo di parlare e cantare il patouà. Per cui vi propongo di allargare un po’ l’orizzonte e di conoscere altre versioni dell’occitano». Marianne Hintermüller Ribet ha introdotto il corso, presentandolo come prosecuzione ideale di Chantoummo ëncaro (2024).
Le radici profonde della cultura occitana si riflettono nei canti tradizionali in patouà, raccolti nei Cahiers des chansons o Librét dë lâ chansoun, prezioso esempio di scrittura, che nasce dall’esigenza di conservare la memoria orale dei canti, che altrimenti sarebbero andati persi. «Il cahier non è solo un supporto di scrittura, ma un mezzo di conservazione intergenerazionale, un archivio domestico che garantisce la stabilità testuale dei repertori» (Elisa Salvalaggio. “Canti delle Valli Valdesi. Archivi, ricerche e memorie orali tra XVIII e XX secolo). Il vasto patrimonio dei Librét dë lâ chansoun ha rappresentato una ricca fonte da cui attingere. Dal lavoro di Elisa Salvalaggio sono emerse documentazioni sonore, senza dubbio emozionanti, che la ricercatrice ha condiviso, mettendo in dialogo l’oralità del canto e la memoria scritta dei Cahiers.
Un aspetto centrale degli incontri è stato l’apprendimento di canti in patouà di varia provenienza, come Magalì o Lou rigaudon dòu calignaire, in provenzale, proposti da Marianne, con dinamismo e attenzione al ritmo e alla musicalità. Marianne ha presentato anche Cantique Clousounenc, del prof, Ezio Martin, “valchisonese” di nascita, che ne ha scritto le parole abbinate alla musica di un compositore sloveno, I. Hlandnik. Ogni canto è stato letto, curando la pronuncia e tradotto, sotto la guida competente di Marinella Baral. Preziosa la collaborazione di Pier Paolo Massel, che ci ha diretti, con l’aiuto del Coro Eiminâl, nel cantare O reira mountagna, La maire e la fillho, (per citare solo due canti), con una carica interpretativa non comune, comunicando emozioni, perché la voce è trasmissione viva di una cultura. Imparare la lingua attraverso il canto, non è semplicemente didattica, ma canto comunitario; è continuare una tradizione, come fa Ludovico Sanmartino: cantare Valaddo eitreito, significa condividere la fatica, il limite della condizione umana.
Tra la voce che risuona e la mano che ha scritto sull’antica pagina, si crea un legame vivo, che permette al canto di continuare il suo viaggio.