Rimpatri a quale prezzo?

Gruppi cristiani denunciano i diritti umani a rischio nelle politiche di rimpatrio dell’Unione Europea

 

«Le nostre sette organizzazioni cristiane, che rappresentano le Chiese di tutta Europa – anglicana, ortodossa, protestante e cattolica – così come le agenzie cristiane che si occupano in particolare delle persone in movimento, sono profondamente preoccupate per la posizione del Parlamento europeo (PE) sul Regolamento UE sui rimpatri».

 

Così apre un comunicato firmato da  Caritas Europa,  www.caritas.eu , Commissione delle Chiese per i migranti in Europa – CCME (di cui è parte la Fcei, Federazione delle chiese evangeliche in Italia),  www.ccme.eu, Don Bosco International,  www.donboscointernational.eu, Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni – ICMC Europa,  www.icmc.net/europe, Jesuit Refugee Service (JRS) Europe,  www.jrseurope.org, Chiesa protestante in Germania (EKD ), ufficio di Bruxelles,  www.ekd.de, Consiglio quacchero per gli affari europei – QCEA,   www.qcea.org.

 

Le organizzazioni denunciano la criminalizzazione delle migrazioni. Ecco il resto del testo:

 

Dal settembre 2025, abbiamo avvertito che la riforma della Direttiva UE sui rimpatri proposta dalla Commissione europea privilegiava i rimpatri forzati rispetto a quelli volontari e adottava un approccio punitivo, orientato alla sicurezza, che potrebbe portare alla detenzione sistematica dei migranti e a compromettere gravemente la loro dignità e i loro diritti. Siamo inoltre preoccupati che l’invocazione di nozioni ampie e vaghe di “sicurezza e ordine pubblico” eroda ulteriormente le garanzie legali, offuschi il confine tra diritto penale e diritto dell’immigrazione e rafforzi la criminalizzazione della migrazione. La nostra analisi fa eco alle preoccupazioni in materia di diritti umani sollevate da 16 relatori speciali delle Nazioni Unite e dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa .  

Ci rammarichiamo profondamente che, nonostante i nostri ripetuti appelli al Parlamento europeo per maggiori garanzie e una più ampia tutela dei diritti umani, la posizione adottata in plenaria il 26 marzo avalli misure ancora più restrittive che minano la dignità umana, i diritti fondamentali e le garanzie giuridiche. Siamo particolarmente preoccupati dai seguenti elementi:

 

Detenzione rafforzata : l’ampliamento dei motivi di detenzione, unito a una definizione ampia di “rischio di fuga” e a rigidi obblighi di cooperazione e di disponibilità nei confronti delle autorità, potrebbe comportare la detenzione di tutti gli individui soggetti a un provvedimento di rimpatrio per un periodo massimo di due anni o più. Non sono previste eccezioni per i minori non accompagnati, le famiglie con bambini o le persone in situazioni di vulnerabilità, e i migranti potrebbero persino essere detenuti in carceri ordinarie. La detenzione è una pratica estremamente dannosa e punitiva che dovrebbe essere utilizzata solo come ultima risorsa, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e solo dopo che tutte le altre alternative siano state effettivamente esaurite. I bambini e le famiglie non dovrebbero mai essere detenuti.

 

Un approccio punitivo che mina il ritorno volontario : i rimpatri forzati sono privilegiati rispetto a quelli volontari, che si sono dimostrati l’approccio più sostenibile, economicamente vantaggioso e meno dannoso. Ribadiamo che il ritorno volontario deve rimanere l’opzione preferibile, garantendo l’accesso a un supporto psicologico indipendente, un adeguato sostegno al reinserimento e un tempo sufficiente per prendere decisioni consapevoli.

 

Garanzie e rimedi legali compromessi : l’indebolimento dei diritti umani e delle garanzie legali, unito al limitato accesso all’assistenza legale e all’assenza di una sospensione automatica dei ricorsi, potrebbe portare a espulsioni durante la pendenza dei ricorsi, esponendo gli individui al rischio di respingimento. I ricorsi dovrebbero sempre essere soggetti a una sospensione automatica per garantire l’accesso a un effettivo ricorso legale.

 

 Indebolimento del meccanismo indipendente di monitoraggio dei rimpatri forzati : data la portata prevista dei rimpatri forzati, un meccanismo indipendente di monitoraggio, dotato di risorse finanziarie e umane sufficienti, è di fondamentale importanza per garantire che i rimpatri siano effettuati nel rispetto degli obblighi dell’UE in materia di diritti umani. Ci rammarichiamo che la posizione del Parlamento europeo indebolisca l’obiettivo di istituire un mandato forte e indipendente per tale meccanismo.

 

Centri di rimpatrio : Siamo preoccupati che il Parlamento europeo mantenga la possibilità di istituire i cosiddetti “centri di rimpatrio” al di fuori del territorio dell’UE, il che delegherebbe le responsabilità dell’UE e rischierebbe di creare di fatto dei centri di deportazione. Questi potrebbero portare a detenzioni arbitrarie e a tempo indeterminato, lasciando le persone in un limbo giuridico ed esposte a gravi violazioni dei diritti umani in paesi con cui non hanno legami o per i quali non hanno garanzie di protezione. Anche le famiglie con bambini potrebbero essere inviate in questi centri di rimpatrio. 

 

Alternative al rimpatrio trascurate : a ogni persona in situazione irregolare viene ordinato il rimpatrio, senza considerare le alternative per coloro il cui rimpatrio è impossibile, per motivi umanitari o legati a vincoli familiari, e che hanno già vissuto anni di incertezza giuridica in Europa. In questi casi, è necessario esplorare alternative al rimpatrio, compresi i percorsi legali per ottenere la residenza.

 

Con l’avvio dei negoziati trilaterali, esprimiamo anche la nostra estrema preoccupazione per l’introduzione delle “misure investigative”  proposte dagli Stati membri. Queste consentirebbero alle autorità di perquisire i migranti, le loro abitazioni o altri “locali pertinenti” in senso lato, nonché i loro effetti personali e dispositivi elettronici, al fine di imporre i rimpatri. Tali misure invasive rischiano di sfociare in violazioni dei diritti umani e nella profilazione razziale, scoraggiando al contempo le persone senza documenti dall’accedere a servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria o il sostegno umanitario, e mettendo a rischio coloro che forniscono assistenza salvavita.

 

Al di là della sostanza restrittiva della posizione del Parlamento europeo, noi e molti dei nostri membri siamo anche molto preoccupati per il processo legislativo e le manovre politiche che hanno portato a questa proposta, per la limitata discussione e per l’esclusione di voci chiave dal processo che l’ha prodotta. Ci rammarichiamo che l’eurodeputato Malik Azmani, relatore sul dossier in seno alla commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo, sia stato messo da parte negli sforzi per raggiungere un compromesso con la grande coalizione. Invece, il compromesso alternativo sostenuto da PPE, ECR, PfE e ESN è stato approvato senza la discussione approfondita e basata su dati concreti e con il discernimento che una politica con conseguenze così profonde per la vita umana richiede.

 

Siamo profondamente preoccupati che ciò segnali un netto spostamento verso posizioni che erodono i principi e i valori democratici fondamentali dell’UE. Temiamo la crescente accettazione di una retorica che divide anziché unire e che alimenta la polarizzazione, la sfiducia e l’esclusione. Tali tendenze minano la pace e la coesione sociale all’interno delle nostre comunità, promuovendo sentimenti dannosi di rabbia verso l’immigrazione e xenofobia. Come organizzazioni cristiane, esortiamo a sostenere la compassione, la giustizia e il rispetto per ogni persona, specialmente per coloro che si trovano nelle situazioni più vulnerabili. Chiediamo ai decisori politici di riconsiderare il loro approccio del “ritorno a tutti i costi” nella prossima fase dei negoziati, poiché il progresso legislativo non deve avvenire a scapito dei diritti fondamentali, degli standard democratici e dei nostri valori condivisi.