Essere convocati insieme

Dalla Facoltà di Teologia a Verona per una giornata speciale

 

Il treno delle 5.10 da Roma Termini giunge a Verona puntualissimo. Un cielo terso accompagna Stella Baidoo, che è tutta un fremito: riuscirà, nonostante la stanchezza, a tradurre senza errori il sermone? Il viaggio sembra non finire mai, e invece eccola: arriva, decisa e sorridente, al Teatro Nuovo, sede della Convention 2026. Ad accoglierla, tra i primi convenuti, sono proprio loro: i musicisti. Batteria, bassi, tastiere e chissà che altro ancora. I suoni riempiono già lo spazio, come una promessa. Fin da subito l’atmosfera è chiara: qui, oggi, si farà festa.

 

Stella corre a cambiarsi per indossare l’abito che la accompagnerà nelle cinque ore successive: un vestito coloratissimo, blu mare, della Methodist Youth Fellowship. Bellissimo. Il tessuto si muove con lei, quasi ad anticipare la danza. Lei è radiosa, e si respira qualcosa di eccezionale: non è solo un’impressione, è già realtà. Poco dopo giunge anche Mariam Gyimah, anch’ella studentessa in vista del pastorato, alla quale è stata affidata la missione più delicata: condurre l’intera liturgia. Nei suoi gesti c’è concentrazione, ma anche una gioia trattenuta che sta per esplodere.

È il giorno della Domenica delle Palme, ma lo spirito che aleggia e l’Evangelo predicato sono quelli della Pasqua. È come se il tempo liturgico si piegasse, si aprisse, lasciando intravedere già la risurrezione. In effetti, il desiderio di festa, che solo la convocazione domenicale è in grado di suscitare nel cuore dei credenti in Cristo, è così forte da non poter essere diversamente.

 

Gli altri studenti, da Parma, raggiungono il teatro Nuovo S. Michele, che, in quel giorno, si trasforma in tempio. Lo spazio cambia natura: non più platea e palco, ma assemblea e pulpito, attesa e presenza. Insieme a loro, a poco a poco, giungono tutti i convocati. Le donne della Methodist Women’s Fellowship, con i loro splendidi copricapo azzurri: tutte insieme sembrano cielo, un cielo che si muove, che canta. Gli uomini della Methodist Men’s Fellowship, con i loro manti blu e d’oro, danzando aprono il tessuto come ali: i corpi si allargano, si sollevano, e lo spazio sembra farsi aria. E poi le ragazze della Methodist Girls Fellowship e il Ghanaian Methodist and Presbyterian National Choir, guidati dal direttore Emmanuel Oteng, come sempre allegro: un’allegria che sembra dare il tempo, prima ancora delle mani.

Quel tempio straordinario si colora gradualmente di mille e uno colori. Non è solo una convocazione di persone, ma di pitture: un arcobaleno vivo, in movimento. Un popolo che prende forma sotto gli occhi, aperto allo Spirito, forse già silenziosamente all’opera.

 

Mariam respira, si accerta che tutte e tutti siano al loro posto, pronti ed emozionati, come lei. Un ultimo sguardo, un ultimo respiro. Si comincia. Il coro, in processione, avanza verso il pulpito posto sul palco; ogni passo è già preghiera. Insieme al coro avanzano la pastora e i pastori convenuti, Stella, Mariam, tutte le ospiti e tutti gli ospiti ecclesiali. Il rappresentante della chiesa metodista inglese, Rev. Asamoah, è tra loro, tra noi. Non c’è distanza: solo partecipazione.

Inno, confessione di peccato, ancora inno, annuncio del perdono, ancora inno: ci si alterna così, insieme, tra canti, Parola predicata, danze e testimonianze di fede. Ma non è una sequenza: è un respiro comune, un’onda che prende e restituisce, che coinvolge tutti.

 

Il “re” Emmanuel Yeboah, con il suo manto bianco e blu, ricorda i 25 anni del progetto Essere Chiesa Insieme. Le sue parole aprono una memoria che non è nostalgia, ma gratitudine viva. È un susseguirsi di nomi, volti, storie: una narrazione più volte interrotta da applausi di ringraziamento, che sono insieme riconoscimento e riconoscenza, memoria e promessa. La “regina” Gifty Owusu, anch’essa presente,

prende la parola, ringrazia e saluta, ma soprattutto invita: invita tutti a cantare e danzare, come se la fede non potesse che passare dal corpo.

E poi l’offertorio, un vero tripudio: tutte e tutti in processione, ancora cantando, danzando, contribuendo all’opera del Signore anche con la gioia. I passi si fanno dono, i gesti si fanno preghiera. Il coro è instancabile, i musicisti formidabili: non accompagnano, sostengono, spingono, tengono insieme il ritmo di una comunità in movimento. E Mariam, Stella – dopo cinque ore – sono ancora lì, presenti, vigili, a guidare il nostro spirito all’ascolto della Parola e della testimonianza, come se il tempo non avesse più lo stesso peso.

 

Segue l’agape comunitaria, preparata con diligente attenzione dalle comunità ghanesi: entusiaste, accoglienti, generose. Il cibo passa di mano in mano, ma insieme passano racconti, impressioni, riconoscimenti. È lì che ci si confronta sul dono di quell’esperienza, sullo sfavillante scenario di suoni e colori, sulla sovrabbondante grazia del Signore restituita dalla ricchezza della diversità. Ciò che si è visto e ascoltato, ciò che si è condiviso, e che continua a lavorare dentro.

 

La Parola insegna la Nuova Vita in Cristo. Anche quest’anno, la Convention pasquale è stata occasione per assaporarne un anticipo. Non un’idea, ma un’esperienza: qualcosa che si è lasciato intravedere nei volti, nei corpi, nei canti, nei silenzi.

E forse è proprio questo che resta, quando le luci si abbassano e il teatro torna a essere teatro: la consapevolezza di essere stati, per un tempo donato, qualcosa di più di una semplice assemblea. Un popolo convocato, sì, ma anche trasformato, almeno un poco, da ciò che ha celebrato insieme.

Sarebbe forse il caso, in effetti, di risemantizzare così la sigla ECI: Essere Convocati Insieme. Non solo convocati, ma tenuti insieme, attraversati insieme, inviati insieme.