La porta aperta

Pasqua, un fatto unico a confronto con un mondo di sofferenza: siamo chiamati a guardare alla Storia andando al di là della disperazione

 

Ogni anno tra il 22 marzo e il 25 aprile cade la data in cui si celebra la Pasqua cristiana: 35 giorni possibili in cui secondo il calendario delle lunazioni si individua la Domenica della Risurrezione. È festa fondamentale, se con Paolo di Tarso ricordiamo che per gli eventi di cui quella domenica fa esplicita memoria tutta la fede cristiana sta o cade (I Cor 15, 17).

 

Domenica 5 aprile sarà Pasqua, ma sarà anche nel corso della settimana in cui viene celebrata Pesah, la festa ebraica i cui legami con la Pasqua cristiana sono evidenti sia sotto il profilo storico sia sotto l’aspetto teologico. Dopo l’equinozio di Primavera, la prima domenica dopo il plenilunio, coordinate in cui sedimentano significati diversi che indirizzano verso un punto focale: un morto risorge, una Pace definitiva viene proclamata. La parola “pace” che rimbalza sui social, in rete, dai programmi di approfondimento, quella parola che viene ripresa nei Documenti delle Chiese accompagnata dall’aggettivo “giusta” (come nel testo sull’etica evangelica della pace recentemente pubblicato dal Consiglio della Chiesa evangelica in Germania) ha lo stesso significato di quello Shalom che sarà riascoltato quando nelle chiese si leggerà il racconto di Pasqua? Quella parola di saluto sulle labbra del Risorto che torna dai suoi amici a testimoniare una porta che è stata aperta ha qualcosa a che fare con il mondo della guerra militare, economica, religiosa, culturale, tecnologica in cui siamo immersi? E quella tomba vuota oggi di nuovo al centro di tensioni pericolose, riempita per secoli dei più diversi sentimenti umani, rivendicata, presidiata a più riprese ha a che fare con lo scuotersi delle ambasciate o con il luogo da cui partire per annunciare che qualcosa è davvero accaduto una volta per sempre?

 

Nel messaggio della Pasqua cristiana c’è qualcosa di definitivo. Qualcosa che non succede ogni anno come il ciclo liturgico potrebbe far pensare, ma è accaduto una volta per sempre e tutta la realtà che lo ha preceduto, e che continua fino al presente a seguirlo, ne viene determinata per chiunque crede. Pace compresa. Allora sì che una seria assunzione del messaggio di cui le comunità cristiane si fanno portatrici entra in tensione con l’esperienza, resa più drammatica in questo 2026 di guerre, in questo tempo che da alcuni anni percepiamo come passaggio epocale, cambiamento profondo previsto da alcune piccole voci inascoltate che già da tanto parlano di un mondo che inesorabilmente svanisce.

 

Strano allora entrare in questa primavera sentendo sulla pelle la stanchezza e i timori di un tramonto, strano che arrivi Pasqua mentre potenze di distruzione minacciano la vita, ma più vivido è il contrasto più intensa diviene la possibilità di prendere coscienza della realtà, più dura è la contraddizione più interdetta sarà la strada dei nascondimenti e delle reticenze, più fitto è il fumo delle macerie e più diventa necessario raccogliersi per sollevarsi, sollevare, levare la voce, le mani, l’intelligenza. Le democrazie messe a rischio, i sovranismi, l’abuso compiuto sull’interiorità degli umani quando il “religioso” diventa strumento di omologazione e di potere sulle masse, quando la propaganda non si fa scrupolo di mettere a servizio l’algoritmo sciolto da ogni etica, sono lo scenario della Pasqua 2026. Quale pace? Quale Shalom? Sembra che la voce del Risorto faccia paradossalmente risuonare la voce di Geremia nel lamento che pace non c’è.

 

Le porte chiuse del mondo ricco davanti ai poveri, le porte chiuse del potere davanti agli appelli per un rapporto diverso con la terra che abitiamo insieme, sono messe a Pasqua davanti alla porta aperta di una tomba dalla quale un morto è uscito in piedi. Nientemeno di questo è quanto annunciano i cristiani. Nelle librerie intanto si moltiplicano i libri, ponderosi, in cui questo evento unico viene rigirato fino a renderlo metafora accettabile, perché l’intelligenza recalcitra, si rincuora davanti alle uova colorate e ai coniglietti, ma che la morte sia contraddetta definitivamente è troppo. Bisognerebbe ricordare che questo ritocco per rendere accettabile il vecchio Cristianesimo malandato d’Europa ne rinnega il cuore, e infine restituisce il pungiglione alla morte e dichiara che pace è un’illusione. La festa ebraica di Pesah, liberazione di un popolo dalla schiavitù, resta accanto alla Pasqua cristiana che annuncia la pace fatta tra terra e Cielo. Si inaugura la possibilità di guardare alla Storia senza disperazione, senza rassegnazione, custodendo la gioia di potersi muovere in direzione di una porta aperta e non di un muro contro cui si infrangono tutte le vite e le speranze.

 

La contraddizione è reale come è reale il Venerdì Santo, ma ormai indisgiungibile dal mattino del “primo giorno dopo Shabbat”, quando la risurrezione manifesta l’«insurrezione di Dio contro le potenze della morte» (Dorothee Sölle). Che sia Pasqua dunque per i discepoli che ascoltano l’angelo dell’annuncio, che risuoni la notizia in questo mondo: si può insorgere contro forze di distruzione e di morte se Uno è risorto, si può trovare un orientamento e un senso perché la porta è stata aperta ed è entrata la luce.