8 marzo, la parità come dovere di coscienza
L’“inventario dei danni” e il linguaggio: il femminismo, metodo di lettura della realtà
L’8 marzo arriva puntuale, i discorsi pure, intanto i numeri continuano a raccontare una storia meno celebrativa.
Alla conferenza stampa del Festival di Sanremo un giornalista ha chiesto alle Bambole di Pezza se i loro testi femministi non fossero “vecchi”, con un accenno sciatto e inutile sul fatto che a casa sua, del giornalista per intenderci, a comandare sia sua moglie. Il dettaglio che conta è un altro: dopo 76 edizioni, quella è stata la prima rock band interamente femminile a partecipare al Festival. Settantasei anni per vedere un gruppo di sole donne su quel palco non è modernità, è ritardo storico. La risposta delle artiste è stata chirurgica: il femminismo non è una contrapposizione, è un lavoro per la parità. Hanno aggiunto una frase che vale più di un editoriale: «Noi non vogliamo potere in casa, noi vogliamo potere ovunque». In quella parola, ovunque, c’è la distanza tra simbolo e struttura.
La struttura la raccontano i numeri del 2025. Il rapporto di genere del Civ-Inps [Consiglio di indirizzo e vigilanza] certifica che le donne percepiscono pensioni più basse e subiscono carriere più discontinue. Dopo la nascita del primo figlio sono loro a lasciare più spesso il lavoro o a subire demansionamenti. Il lavoro di cura resta prevalentemente femminile. I part time involontari colpiscono soprattutto le lavoratrici. Ai vertici economici e istituzionali la presenza femminile continua a essere minoritaria. È questa la fotografia della dura realtà e non c’è bisogno di interpretazioni. È così e basta.
Nel 2025 abbiamo riempito pagine per parlare di un gruppo social con oltre trentaduemila iscritti che condivideva immagini intime di mogli ignare. Quel gruppo, attivo dal 2019, ha reso evidente che la tecnologia non crea il patriarcato, lo accelera. Le immagini erano scambiate come merce e la chiusura è arrivata solo dopo interventi istituzionali. Nel frattempo, la vita delle donne continua a essere terminata da uomini violenti: 84 i femminicidi monitorati nel 2025 dall’Osservatorio nazionale curato da Non una di meno. Ottantaquattro non è un numero simbolico, è un elenco di vite interrotte. La violenza non è un capitolo separato dall’economia o dalla cultura, è il loro rovescio. Se una donna guadagna meno, se interrompe la carriera per mancanza di servizi, se viene esposta online senza consenso, il filo è lo stesso: la riduzione del soggetto a funzione. Funzione di cura, di decoro, di desiderio. L’8 marzo serve a spezzare questa catena logica.
Anche il linguaggio è un campo di battaglia. Torniamo a Sanremo. Finalmente una direttrice d’orchestra, Carolina Bubbico, ha chiesto di essere chiamata “maestra” e non “maestro”. Quel dettaglio grammaticale dice che il maschile non può più essere considerato neutro universale. Ogni volta che una professione al femminile suona “strana” significa che l’immaginario è rimasto indietro rispetto alla realtà. La retorica della parità raggiunta si nutre di episodi isolati e ignora le tendenze. Si celebra la donna eccellente, ma non si corregge il sistema che rende eccezione ciò che dovrebbe essere normalità. Si applaude il talento, ma non si redistribuisce il potere. Si cita la moglie che “comanda in casa” come prova di emancipazione e si dimentica che scegliere la cena non è esercitare il comando, è carico mentale.
Nel 2026 il femminismo non è un vessillo ideologico, è un metodo di lettura della realtà. È lo strumento che consente di collegare la pensione più bassa alla carriera interrotta, la carriera interrotta al carico di cura, il carico di cura alla cultura che considera naturale che sia lei a fermarsi. È la lente che unisce la battuta in sala stampa alla statistica Inps, il gruppo social alla cronaca nera.
L’8 marzo non chiede applausi, chiede coerenza. Chiede politiche di welfare che non penalizzino la maternità. Chiede un’informazione preparata, capace di fare domande migliori. Chiede una cultura digitale che chiami violenza ciò che violenza è. Chiede istituzioni che non si limitino a commemorare, ma che redistribuiscano parola e responsabilità. Finché i numeri continueranno a dirci che essere donna è un rischio o un minusvalore, il femminismo non sarà una posa vecchia. Sarà l’unico sabotaggio necessario a un sistema che ha confuso il comando domestico con la libertà. E la libertà, si sa, non passa mai di moda.
Elena Miglietti è referente Piemonte di GiULiA Giornaliste ((acronimo di: GIornaliste Unite LIbere Autonome)