Résister. La cultura del dissenso

L’appuntamento con la rubrica di Riforma dedicata alle donne che resistono

 

Nell’ambito della discussione sulla legge sulla violenza sessuale, tre mesi fa la Camera aveva approvato all’unanimità una versione che introduceva nel Codice penale il principio che la mancanza di «consenso libero e attuale» costituisce di per sé violenza: l’attenzione era posta quindi sull’autodeterminazione della donna e sulla sua libertà di acconsentire al rapporto.

 

Ma è durata poco, e ora alle vittime di stupro viene chiesto se hanno fatto tutto il possibile per non farsi stuprare. Hanno manifestato chiaramente il loro dissenso? Dire no potrebbe non bastare, si sa che le donne si negano ma in realtà lo vogliono. Urlare, scalciare? Potrebbe non bastare a far intendere la maldisposizione all’atto sessuale: si sa che alla donna piace essere un poco forzata. E quindi come fare a convincere il focoso maschio italico che si deve fermare? Forse ci vorrà tanto di carta bollata con notaio avallante per convincere il giudice in caso di denuncia, visto che l’onere della prova torna alla vittima, che dovrà dimostrare «la volontà contraria». Pare la commedia dell’assurdo ma è la proposta della leghista Giulia Bongiorno che ora viene discussa in Senato.

 

Poco importa, a quanto pare, che una modifica della legge 66/1996 sulla violenza sessuale si sia resa necessaria per adeguarla alla ratifica da parte dell’Italia (nel 2013!) della Convenzione di Istanbul, il principale trattato dell’Unione europea contro la violenza sulle donne, che parla proprio di «consenso volontario, quale libera manifestazione della volontà della persona», e certo non di dissenso da dimostrare. Se già gli estensori della legge non capiscono che il libero consenso è il punto cruciale in una relazione sessuale, come potranno farlo i destinatari della norma, cioè i maschi immersi nel brodo primordiale del patriarcato che tutto avalla, anche le loro pulsioni no matter what?

 

«Prigione femminile dal 1730, la Torre di Costanza in Francia ospitò 88 donne colpevoli di non voler abbandonare la fede protestante. Marie Durand, incarcerata nella Torre per 38 anni, incise o fece incidere la parola résister, resistere».

 

Foto: “Zapatos Rojos” installazione artistica contro il femminicidio, dell’artista e attivista messicana Elina Chauvet, in Campo Santo Stefano – Venezia, 30 – 31 agosto 2024