Disuguaglianze e Autoritarismo
Il divario fra persone detentrici di enormi capitali e persone in povertà si sta sempre più allargando: e a questa disparità sociale corrisponde una gestione del potere che concorre a ridurre gli spazi democratici nel mondo
I processi globali del tecno-capitalismo e di centralizzazione dei capitali (sempre più spinti e in meno mani) stanno determinando una crisi mondiale, che si pensa di risolvere in maniera sbrigativa e autoritaria, immaginando che pochi nuovi imperatori (e i loro vassalli) possano rimettere in piedi un sistema di controllo e di potere, costi quel che costi, anche e soprattutto stravolgendo le regole di pace, di democrazia e dello stato di diritto liberale.
Nel mondo – ci ricorda il rapporto Oxfam 2026 – i livelli di disuguaglianze, già estremamente elevati, si stanno ulteriormente aggravando, e la ricchezza dell’élite globale ha raggiunto livelli record. Due dati su tutti: i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, ovvero più di quattro miliardi di persone, e in un anno, tra il 2024 e il 2025, la ricchezza dei miliardari globali è aumentata a un ritmo tre volte superiore al tasso medio annuo registrato nei cinque anni precedenti. Ricchezze da capogiro in mano a pochi individui, mentre miliardi di persone languiscono nella povertà. Ma i processi di impoverimento – e questa è la novità – hanno riguardato anche le classi medie di molti paesi occidentali (in particolare in Italia) che già, a partire dagli anni 80’-’90, hanno visto ridursi il loro potere di acquisto e patrimoniale, a seguito dei processi di globalizzazione, di delocalizzazione/precarizzazione del lavoro, della diminuzione reale dei salari e dell’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori, con gli aumenti inflazionistici. Con un effetto indiretto verso l’azzeramento della propensione al risparmio delle classi medie e al massiccio ricorso invece all’indebitamento.
Nel nostro paese, tra il 1990 e il 2020, i salari reali sono rimasti pressoché invariati, e nel 2024 vivevano in stato di povertà assoluta 5,7 milioni di persone, cioè il 9,8% della popolazione, con almeno 10 milioni di persone che non avevano la possibilità di far fronte a una spesa imprevista di duemila euro. Ora questo impoverimento delle classi medie ovvero la loro scomparsa rischia di avere anche pesanti ripercussioni politiche. Infatti, è proprio su quel blocco sociale che, nel secondo dopoguerra, si sono costituiti i successi delle democrazie occidentali. Una società fortemente polarizzata rischia invece di essere più instabile e più insicura, e più rancorosa.
I processi di centralizzazione delle ricchezze, delle tecnologie e del potere, sempre più in meno mani, conducono inevitabilmente a una contrazione dello spazio democratico e allo sviluppo dell’autoritarismo. Se nel dopoguerra i modelli democratici e il sistema di welfare erano riusciti, almeno in gran parte dell’Europa e dell’occidente, a garantire un equilibrio tra capitale e lavoro, oggi il sistema mondiale capitalistico, caratterizzato soprattutto dai processi di finanziarizzazione selvaggia, non ha più bisogno della democrazia, perché non vuole più regole. Ricordate le parole di Trump: «Non ho bisogno del diritto internazionale, la mia moralità, la mia mente è l’unica cosa che può fermarmi». Il presidente degli Usa oggi è l’emblema e il simbolo di questo processo di annullamento della democrazia e del trionfo, anche violento, delle destre autoritarie nei paesi occidentali, a cominciare dalle “esecuzioni” di cittadini americani inermi a Minneapolis.
Oggi, nel mondo, l’80 per cento del capitale azionario è controllato da meno del 2 per cento degli azionisti. Questo significa non solo che in tutti i paesi del mondo il potere economico è ormai concentrato in un piccolo numero di grandi oligarchi, ma anche che un siffatto (e senza precedenti) processo di centralizzazione economica necessita oggi di un analogo sistema di centralizzazione politica, che emargini le rappresentanze popolari e le forme democratiche della discussione e del confronto. Ora non si tratta più di discutere, di analizzare, di valutare e/o di votare. Ora si tratta solo di decidere rapidamente, senza troppi tentennamenti e senza troppe remore morali o vincoli legislativi. Ecco perché servono e hanno successo i “grandi risolutori” e gli uomini forti a cui affidare i destini collettivi.