Lidia Poët. Prima tra gli uomini

Nasceva a Perrero la prima avvocata d’Italia

 

 È in distribuzione in tutto il territorio del pinerolese nell’area sud della provincia di Torino (lo trovate in centinaia di luoghi pubblici, dalle biblioteche ai negozi) il numero di febbraio del mensile free press L’Eco delle valli valdesi che potete leggere integralmente anche dal nostro sito, dalla home page di di www.riforma.it. Il numero contiene un dossier dedicato al Comune di Perrero in Val Germanasca. 

 

Avvocata, avvocatessa, avvocato, avvocato donna. Chissà quale titolo avrebbe scelto Lidia Poët per sé stessa. Sicuramente si sarebbe definita una valdese, però.

Nata nel 1855 a Traverse, piccola borgata di Perrero, Lidia crebbe all’interno di una comunità valdese che da secoli faceva dell’istruzione, della libertà di coscienza e del senso di responsabilità individuale i propri pilastri. La conoscenza rappresentava uno strumento essenziale non solo per leggere le Scritture, ma anche per partecipare consapevolmente alla vita civile. In un contesto come questo, l’educazione delle donne non era dunque vista come superflua, bensì come necessaria.

Cresciuta in una famiglia benestante, Lidia ebbe inoltre accesso a letture e stimoli culturali più ampi, che si intrecciarono con i valori trasmessi dalla sua chiesa. Una formazione che l’accompagnò per tutta la vita e che si tradusse in un forte impegno sociale.

 

 

Questo background culturale contribuì sicuramente a rendere naturale, ai suoi occhi, la scelta di intraprendere studi universitari e di rivendicare il diritto a esercitare la professione forense. Nel 1878 si iscrisse alla Facoltà di legge dell’Università di Torino dove si laureò il 17 giugno del 1881, con una dissertazione sulla condizione della donna nella società, in particolare sulle problematiche legate al diritto di voto alle donne. Nel 1883 ottenne l’iscrizione all’Ordine degli avvocati di Torino, diventando di fatto la prima donna avvocata d’Italia. Tuttavia, l’anno successivo, la Corte d’Appello annullò la sua iscrizione, sostenendo che l’esercizio della professione forense fosse incompatibile con il ruolo sociale della donna.

 

Nonostante l’esclusione formale dall’avvocatura, Lidia Poët non abbandonò il mondo giuridico. Continuò a lavorare nello studio del fratello Enrico, operando nel campo giuridico e sociale con determinazione e misura, incarnando quei valori di perseveranza e responsabilità civile tipici della tradizione valdese. Il suo impegno per i diritti delle donne, dei minori e dei soggetti più deboli fu sempre guidato da un profondo senso di giustizia, più che dal desiderio di rivalsa.

 

Solo nel 1919, con l’approvazione di una legge che consentiva alle donne l’accesso alle professioni e agli impieghi pubblici, le fu finalmente riconosciuto il diritto di esercitare ufficialmente la professione. Nel 1920, a 65 anni, Lidia Poët poté iscriversi nuovamente all’Albo degli avvocati, diventando simbolicamente la prima donna avvocata d’Italia.

 

Morì a Diano Marina il 25 febbraio 1949. La sua vita resta un esempio di determinazione, rigore morale e impegno civile, e rappresenta una tappa fondamentale nella storia dei diritti e dell’emancipazione femminile in Italia. La sua lotta non fu mai solo individuale: rifletteva una visione più ampia, in cui la dignità della persona non poteva essere limitata dal genere.