Camminare accanto al mondo
Il libro di Gadi Luzzatto Voghera per leggere la montagna come gesto d’amore
Ci sono libri che non chiedono di essere “letti”, ma accolti. All’ombra del Caregon di Dio* appartiene a questa categoria rara: non impone un ritmo, non reclama interpretazioni immediate, non pretende di essere collocato. Si lascia seguire, come un sentiero invernale che esiste perché qualcuno lo percorre con attenzione, passo dopo passo.
Il primo movimento che ho avvertito leggendo è stato quello di uno scivolamento – termine che qui non indica una perdita di controllo, ma al contrario una scelta consapevole. Gadi Luzzatto Voghera, storico abituato alla distanza critica, alla responsabilità della prova e del documento, decide di scivolare fuori dal suo territorio consueto e di esporsi in una scrittura diversa: più sensibile, profondamente incarnata. Non rinuncia al rigore, ma lo mette al servizio dell’esperienza. È come se dicesse: anche qui posso essere onesto.
Questo libro è un atto di generosità, perché concede al lettore l’accesso a una zona intima, in cui il camminare nella neve, l’osservare le tracce degli animali, l’ascoltare il silenzio della montagna diventano strumenti di conoscenza di sé. L’abbandono dello sci si rivela una scelta simbolica potente: rinunciare alla velocità, alla prestazione, al gesto tecnico, per recuperare la lentezza, la fatica buona del procedere. Camminare come forma di pensiero.
La montagna, in queste pagine, non è mai uno sfondo decorativo, è una presenza. I passaggi in cui l’autore si sofferma sui dettagli minimi – una traccia nella neve, un suono lontano, un’ombra che cambia con la luce – sono quelli che più restano, perché non cercano di dire “qualcosa”, ma permettono che qualcosa accada. È lì che il libro diventa, per chi legge, una vera e propria lettura dell’anima: non perché sveli verità, ma perché apre spazi.
Leggendo, mi sono tornate alla mente immagini lontane: l’unica montagna davvero attraversata nella mia vita, il Monte Sinai, salito anni fa in un’esperienza che ricordo non tanto per la fatica fisica, quanto per quella emotiva. Anche lì il passo era lento, il silenzio denso, e ciò che pesava non era l’altitudine, ma la consapevolezza di stare dentro qualcosa che chiedeva rispetto, ascolto, misura, quella stessa sensazione di grandezza che trascende la semplice vista, che rende il silenzio quasi sacro. In modo inatteso, il libro di Luzzatto Voghera ha riattivato quella memoria interiore, mostrando come montagne diverse possano parlare la stessa lingua dell’anima.
Anche la copertina partecipa di questo gesto di apertura. Sapere che il disegno è di Joseph, il figlio dell’autore, cambia lo sguardo: non è un semplice apparato grafico, ma un ulteriore livello di racconto. La linea grafica è sobria, delicata, quasi un appunto preso a mano durante una sosta nel paesaggio. La montagna non è spettacolarizzata né ridotta a simbolo: il tratto accarezza le forme e gli spazi, come la scrittura accarezza i pensieri e i silenzi del lettore. La copertina diventa così ponte tra generazioni, rafforzando il senso di continuità presente nel testo.
In questo senso, il libro è da leggersi come un dialogo silenzioso tra generazioni: a questa trama generazionale appartiene anche Amos Luzzatto, padre di Gadi, presenza che attraversa il libro in filigrana e che proprio nel rapporto con la montagna trova una delle sue espressioni più profonde: la montagna vissuta, insegnata, condivisa. Il libro si chiude con un ricordo di Amos legato agli ultimi anni della sua vita, segnati dalla malattia. È Amos che parla di Dio, che idealmente protesta con Dio che ha «deciso di separare il giorno dalla notte» durante la creazione. È in questi frammenti che riaffiora il ricordo commosso: Amos libero e liberato, proiettato in un Tempo che, come in tutti i tratti della sua vita, continua a riempirsi di speranza per un futuro migliore.
Il titolo, All’ombra del Caregon di Dio, rinvia certo a un luogo concreto, riconoscibile, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. L’ombra di cui si parla non è soltanto quella proiettata da una montagna imponente: è anche l’ombra buona sotto cui ci si può riparare, quella in cui sostare senza essere abbagliati, quella che permette di guardare senza possedere. “All’ombra” diventa così una postura esistenziale: stare accanto, non sopra; ascoltare, non dominare; accettare che ci siano grandezze che non vanno conquistate, ma rispettate.
E allora la domanda non è più soltanto che cosa racconti questo libro, ma a che cosa serva, oggi, un libro così. A che cosa può servire mentre la montagna viene preparata a diventare scenario, infrastruttura, prestazione; mentre si parla di Olimpiadi imminenti, di velocità, di record, di consumo dello spazio e del tempo. All’ombra del Caregon di Dio serve a restituire alla montagna la sua dimensione etica prima ancora che estetica, a ricordare che esiste un modo di starci che non passa dall’impresa né dall’appropriazione, ma dalla relazione. In questo senso dialoga, in filigrana, con una tradizione alta e sobria – viene in mente il Levi che amava la montagna, che nei suoi scritti fa della contemplazione e del limite un insegnamento per l’umano – e con quegli autori che hanno saputo fare della montagna non un mito, ma una scuola di limite, di responsabilità.
E parla anche a chi, come me, viene dal mare, da un orizzonte che sembra opposto: perché ciò che questo libro consegna è una postura interiore. Serve a chiunque senta il bisogno di sottrarsi per un momento al rumore, di rallentare lo sguardo, di abitare il mondo senza dominarlo. Stare all’ombra di qualcosa che ci supera, significa allora scegliere di amare senza invadere, di accogliere senza possedere, di restare attenti e presenti davanti a ciò che è più grande di noi.
E in quell’ombra che ci supera, si impara a camminare accanto al mondo con amore silenzioso, lasciando che resti dentro di noi, come neve che scricchiola sotto i piedi e respiro che accompagna ogni futuro incontro con la vita.
* G. Luzzatto Voghera, All’ombra del Caregon di Dio, ed. Il Prato, 2025, pp. 112, euro 12,00.