Giorno della Memoria. L’Europa ricordi, per essere se stessa

La Shoah segna il punto di massima e più tragica contraddizione tra le spinte al progresso e la caduta nell’abisso

 

Povera Europa. Come se non bastassero una guerra terribile che da quattro anni produce vittime civili oltre che militari in Ucraina; se non bastassero i dazi e le guerre commerciali, c’è anche l’ideologia: nella visione del presidente Usa Trump, espressa nella prima parte del dicembre scorso nel documento strategico sulla sicurezza nazionale, il vecchio Continente rischia l’“erosione” della propria civiltà, probabilmente a causa della presenza dei migranti e a causa di costumi troppo liberali in materia etica. Accuse che provengono ogni tanto anche dal versante della Russia, ben sostenute dalla visione del patriarca Kirill, che richiama al “secolarismo” di un continente europeo secondo lui allontanatosi dalle sue radici cristiane.

 

Sono accuse su cui si può pensare di tutto: alle quali è giusto cercare di rispondere con le affermazioni che più nobilmente, a partire dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, dettero vita alle prime forme di collaborazione e poi all’Unione, attraverso varie tappe. Quando l’Europa riesce a non essere fatta solo di norme e regolamenti, quando si richiama agli ideali di pace fra i popoli, affermati dopo secoli di guerre, appare chiaro che «gli interessi perseguiti dall’Unione europea sono, dunque, molti, come i suoi valori, e non ve ne è uno unico che, come avviene per l’interesse nazionale, sovrasta gli altri nella conduzione delle relazioni internazionali». Lo scriveva per noi Michele Vellano [n. 43, 7 nov. 2025]. Una visione importante, da cui sentirsi coinvolti.

 

C’è però un “ma”. L’Europa che ha saputo costruire una speranza comune, che ha saputo integrare e integrarsi (magari a fatica), che sa gettare un occhio storico alle vicende del passato, porta ancora con sé – e porterà sempre – il peso della persecuzione degli ebrei: non solo la “caccia” e lo sterminio messi in opera dalla Germania nazista, ma anche le complicità (prime fra tutte quelle del fascismo, teorizzate e sistematizzate nelle vergognose leggi del 1938), i silenzi, le collusioni.

 

L’aspetto più inquietante della questione è quello che bene espresse Zygmunt Bauman (Modernità e olocausto, 1989, ed. it. Il Mulino, 1992): quella lunga, lunghissima tragedia si produsse non “rinnegando” i presupposti di una stagione moderna del mondo civile; ma, al contrario, estremizzando in maniera distorta alcuni dei suoi presupposti. La pianificazione e l’industria dello sterminio sono, nella visione del sociologo, proprio il prodotto di una stagione piena di contraddizioni: di spinte innovative e di pulsioni regressive, che furono ben simboleggiate dall’affascinante e tormentata vita della Repubblica di Weimar, quando capitò anche che gli estremi comunista e nazionalsocialista votassero insieme.

 

Ecco, nel difendere l’Europa non solo dalle minacce belliche ed economiche, ma anche nello sviluppo di una cultura che si vorrebbe restrittiva e penalizzante per chi è costretto a scappare dalla propria terra, bisogna ricordare che non furono i migranti a dar vita alla Shoah. L’Europa che aveva prodotto arte, architettura, letteratura, progresso scientifico e tecnologico, aveva in sé anche il germe più terribile dell’intolleranza e dell’antisemitismo. Lo ricordiamo oggi, 27 gennaio, data che ricorda la liberazione degli ultimi prigionieri nel Lager di Auschwitz, da parte dei soldati dell’Armata Rossa. Se non si compie questo passaggio di autocomprensione, sarà difficile difendere gli ideali “europei”.