Nove in uscita, uno in entrata: un paese che respinge il futuro

Il rapporto del Cnel sull’ attrattività che l’Italia esercita nei confronti dei giovani degli altri Paesi: si rende necessaria un’inversione di tendenza

 

Il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) ha diffuso in dicembre il rapporto L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati. Un documento che, numeri alla mano, certifica una crisi profonda: l’Italia perde capitale umano e non riesce ad attrarre talenti. È un’emorragia di giovani e risorse che impoverisce il Sud e le aree interne. Per chi opera nella diaconia, questi dati sono la conferma di un Paese che si sta chiudendo a riccio: incapace di accogliere chi arriva da fuori e di dare dignità a chi è nato qui.

 

C’è un numero, nel voluminoso rapporto appena pubblicato, che interroga la coscienza civile del nostro Paese ben più di mille dibattiti televisivi: nove a uno. Per ogni giovane talento straniero (proveniente da Paesi avanzati) che sceglie l’Italia come luogo dove costruire la propria vita, nove giovani italiani fanno le valigie e se ne vanno. Non siamo di fronte a una fisiologica “circolazione di talenti” all’interno dello spazio europeo. Siamo di fronte a un’emorragia. Un saldo negativo che certifica come l’Italia abbia smesso di essere una terra di opportunità per diventare, sempre più, un luogo da cui congedarsi.

 

La contabilità dell’abbandono. Dal 2011 al 2024, il saldo migratorio ci dice che abbiamo perso, al netto dei rientri, oltre 441.000 giovani tra i 18 e i 34 anni. E a partire è la parte più istruita della nazione: la percentuale di laureati tra chi emigra è superiore a quella di chi resta. Il Cnel ha quantificato questo fenomeno: abbiamo “regalato” ai nostri partner europei quasi 160 miliardi di euro in capitale umano. Sono risorse della collettività investite per istruire persone che contribuiranno al benessere altrove. Ma la ferita più profonda è quella territoriale: il Mezzogiorno ha “sussidiato” il Nord Italia con un trasferimento di capitale umano stimato in 148 miliardi di euro. È una dinamica coloniale interna che svuota le comunità meridionali, accentuando divari che nessuna politica di coesione riesce a colmare.

 

Oltre i numeri, le persone. Leggere questi dati attraverso la lente della Diaconia valdese e delle opere evangeliche, impegnate quotidianamente nel sociale, nell’accoglienza e nel supporto alle fragilità, significa vedere i volti dietro le statistiche. Questi numeri ci parlano di territori – specialmente al Sud e nelle aree interne – che rischiano la desertificazione relazionale. Quando i giovani partono, non si perde solo Pil: si sfilacciano le reti di comunità, si indebolisce la cura verso gli anziani rimasti soli, chiudono i servizi essenziali.

L’emigrazione descritta dal rapporto non è una libera scelta di arricchimento culturale (il cosiddetto fattore pull), ma sempre più una necessità di sopravvivenza (fattore push). Scappano da salari reali diminuiti del 2,3% in vent’anni, dal precariato e da un welfare che scarica tutto sulle famiglie, spingendo soprattutto le donne a emigrare per trovare quella parità che qui è negata.

 

Un Paese chiuso a doppia mandata. C’è un nesso profondo tra l’incapacità di trattenere i propri figli e l’incapacità di attrarre stranieri: l’Italia risulta ultima in Europa per attrattività dei giovani internazionali. Per chi si occupa di integrazione e corridoi umanitari e lavorativi, questo dato non sorprende: un Paese che non garantisce dignità del lavoro e ascensore sociale ai propri cittadini, difficilmente saprà essere terra di accoglienza dignitosa per chi arriva da altrove. L’Italia si sta trasformando in una società chiusa, impaurita e vecchia, che respinge il futuro in tutte le sue forme: sia quando ha il volto del giovane laureato italiano, sia quando ha quello del ricercatore o del lavoratore straniero.

 

Osservare il naufragio o cambiare rotta? Di fronte a questo quadro, la risposta istituzionale appare debole. Il Cnel propone la creazione di un «Osservatorio sull’attrattività». Ben vengano le analisi, ma l’impressione è che si stia istituendo un comitato per osservare con precisione la velocità del naufragio, mentre altri Paesi, come la Spagna con il suo concreto Plan de Retorno, agiscono con sportelli e incentivi reali.

Come Chiese protestanti e realtà diaconali, non possiamo rassegnarci a essere spettatori di questo esodo. Dobbiamo continuare a essere “laboratori di speranza”, impegnandoci a garantire accoglienza integrale e dignità. Tuttavia, conosciamo bene la fatica di adeguare i salari in un sistema di welfare pubblico che, attraverso tariffe insufficienti e sostanzialmente ferme da anni, spesso costringe il Terzo Settore a una compressione dei costi. Per questo dobbiamo richiamare la politica a fare la sua parte non con osservatori, ma riconoscendo il giusto valore economico al lavoro e ai servizi alla persona.

 

Se il rapporto è di nove a uno, serve un cambio di rotta strutturale affinché l’Italia smetta di essere un binario di sola andata e torni a essere una casa comune, capace di offrire un futuro a chi ci è nato e a chi l’ha scelta.