Quando la Bibbia parla al femminile

Autorità, emancipazione, esegesi e ricerca storio-critica: a colloquio con la pastora Letizia Tomassone

 

A margine del convegno internazionale La Bibbia e le Donne. Esegesi, Cultura e Società, tenutosi a Napoli dal 4 al 7 dicembre 2025, abbiamo rivolto alcune domande alla pastora Letizia Tomassone, docente di “Studi femministi e di genere” presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

 

– Le narrazioni bibliche includono donne di notevole autorità: profetesse, giudici, leader di comunità. Queste figure possono sfidare o arricchire il modo in cui le chiese odierne, e le società in generale, comprendono la leadership femminile?

«Nei racconti biblici le donne sono spesso nascoste nelle pieghe delle pagine, non hanno nome né voce, o sono state ignorate dai commentatori classici. Eppure, il loro ruolo è spesso centrale nello sviluppo teologico delle scene. Spesso fanno la differenza, con visioni divergenti e innovative: a volte, come la samaritana, diventano annunciatrici del Cristo; oppure, come la cananea, cambiano il modo in cui Gesù guarda al mondo pagano. Molte liturgie contemporanee invocano la voce profetica delle donne, la loro azione di compassione e giustizia, la visione di trasformazione creativa dei conflitti e riconciliazione. Nelle nostre liturgie le disegniamo come portatrici dell’antica rivelazione del Dio del patto che si manifesta attraverso la vita delle ultime, messe ai margini e rese invisibili dalla religione patriarcale. C’è da domandarsi se le donne nelle chiese abbiano ancora uno sguardo così nuovo e trasformativo da saper inventare nuovi modi di agire per le comunità credenti».

 

– La ricerca storico-critica sulle donne nella Bibbia rivela spesso ruoli molto più ampi di quelli conservati dalla tradizione. Quali tipi di resistenza o difficoltà incontra ancora oggi questo tipo di ricerca all’interno delle chiese o in altri contesti non accademici?

«Spesso l’esegesi femminista riporta in superficie collegamenti tra testi che non erano stati notati e che danno importanza a storie di donne e di nascite. Come quando, in Esodo 2, la madre del piccolo Mosè vede che il bimbo è bello. Un richiamo allo sguardo di Dio sulla creazione: “vide che era bella”. Un bambino schiavo e destinato alla morte dal decreto di Faraone viene dichiarato “bello” e degno di vivere. E la madre prepara per lui un’arca – il testo usa lo stesso termine usato per l’arca di Noè – indicando narrativamente ciò che le religioni sanno profondamente della compassione umana: salvare una sola creatura significa salvare l’umanità intera. Così l’esegesi femminista usa gli strumenti dell’analisi storico-critica insieme a quella intersezionale che mette in luce le asimmetrie di potere e le diverse oppressioni. Gli scarti dei soggetti, le dinamiche di liberazione che passano attraverso strategie sotterranee, invisibili a chi sta in alto, aprono percorsi controculturali.

A volte sembra che mostrare l’azione delle donne in favore della giustizia e della pace getti ombra sull’agire maschile. Lo stesso testo biblico si muove in questa direzione, per esempio quando, raccontando della giudice Debora, commenta che Dio darà il nemico nelle mani di una donna per svergognare gli uomini incapaci di guidare il popolo verso la libertà. Ma una tale visione, che contrappone donne e uomini, crea solo maggiore conflittualità e rancori. Al contrario si dovrebbe promuovere una cultura della cooperazione che tragga vantaggio dalle differenti risorse che scaturiscono da soggetti di genere diverso».

 

– L’emancipazione femminile provoca ancora reazioni di opposizione, persino violente. Dal suo punto di vista, leggere la Scrittura attraverso la lente degli studi di genere può offrire strumenti per comprendere e disinnescare queste dinamiche di paura e controllo?

«Non dovrebbe mai essere considerato “di parte” mettere in luce immagini femminili del divino o donne che esprimono azioni profetiche e rivelano Dio nella sua ampiezza, andando oltre una visione misogina e ristretta a un solo genere. Questo modo di predicare a partire dai margini mette in questione tutte le immagini dominanti e oppressive del divino e di conseguenza tutte le costruzioni religiose gerarchiche. Per questo può essere sentita come una predicazione minacciosa per chi gode dei dividendi patriarcali: benefici e privilegi materiali e simbolici che gli uomini ricevono per il solo fatto di appartenere al genere maschile.

Per questo il discorso o la predicazione femminista creano ancora disagio, e positivamente danno luogo a necessarie trasformazioni di posizione. Gesù afferma che è venuto a portare spada e non pace, certamente intendendo una pace di facciata, che nasconde le miserie e le ingiustizie umane. La spada di Gesù, come già nei profeti, è il giudizio di Dio sulle iniquità e la proposta di una armonia che ripristini relazioni di giustizia ribaltando le divisioni che creano schiavi e schiave, persone escluse ed emarginate: economie sociali di morte che Dio condanna offrendo la visione di economie giuste di vita».

 

– Le chiese protestanti (e anglicane) già anni fa hanno cominciato a valorizzare il ruolo delle donne nei ministeri e nel governo ecclesiale. Quali passi ritiene siano ancora da fare per valorizzare appieno le competenze e i doni delle donne, e in che modo la ricerca biblica può contribuire a questo processo?

«È un vantaggio avere donne ai tavoli del governo delle chiese, arricchendo così gli approcci alla gestione economica, alle dinamiche di relazione interne alle chiese, alle relazioni ecumeniche e interreligiose. Tale vantaggio va valorizzato attraverso le reti che le donne hanno costruito negli anni, in modo che non siano voci isolate ma portino con sé alcune consapevolezze elaborate in modo collettivo nelle associazioni femminili. Inoltre, anche gli uomini dovrebbero esercitarsi nell’esegesi femminista dei testi biblici, non mettendo al centro se stessi e la loro identificazione con i soggetti maschili dei racconti, che sono spesso uomini in posizione di autorità: profeti, re, cantori o Gesù stesso. Il partire da sé nel caso degli uomini deve passare attraverso una rivisitazione di quel dividendo dei privilegi patriarcali di cui dicevo prima, e il guadagno di uno sguardo diverso, dal basso, che rispecchi l’evangelo del Magnificat e rovesci i troni dei potenti».

 

 

Foto di Pietro Romeo