Il futuro che non possediamo

31 ottobre: attualità e inattualità della Riforma protestante; un’identità che vive nella ricerca della fedeltà alla Parola

 

Come può una verità orientare l’esistenza nel tempo senza ridursi a un prodotto del tempo? La domanda è teologica perché riguarda il rapporto tra le forme storiche del senso e il fondamento cui rinviano. I termini latini reformatio (la Riforma come evento storico) e reforma (la riforma come processo) colgono pienamente la tensione dialettica sottintesa nella domanda. La fedeltà può essere pensata non come immobilità, ma come responsabilità della trasmissione; il cambiamento non come valore assoluto, ma come possibilità da valutare. Continuità e novità diventano così dimensioni di una ricerca comune. Le parole di Gesù esprimono tale processo con una similitudine ben conosciuta: «Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”» (Matteo 13, 52).

 

La tradizione è una relazione tra chi riceve e chi trasmette,non la mera ripetizione di una formula. Un contenuto antico può sopravvivere senza parlare all’esistenza. Ricevere un’eredità significa invece impegnarsi a comprenderla. Ricevere qualcosa dal passato ci ricorda che non abbiamo inventato tutto oggi. Custodire il messaggio della Riforma significa renderlo accessibile, non soltanto conservare. «Così dice il Signore: “Fermatevi sulle vie e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sia la strada buona, e incamminatevi per essa; troverete pace per le vostre anime”» (Geremia 6, 16). Ciò che viene dopo non è necessariamente più vero di ciò che c’era prima. La novità indica una successione; il rinnovamento implica, invece un giudizio e richiede criteri. Una revisione discreta può essere più profonda e più efficace di un mutamento appariscente. Occorre essere liberi sia dal bisogno di conservare tutto sia dall’obbligo di innovare ogni cosa.

 

L’identità include la storia:una promessa resta riconoscibile quando prendiamo decisioni coerenti anche in circostanze diverse tra loro. Tuttavia, la continuità va argomentata. Chi modifica una formulazione deve spiegare che cosa conserva e che cosa elimina e perché compie tali operazioni. Non basta separare un “nucleo eterno” da un “involucro” eliminabile o modificabile; il senso prende forma in concetti e pratiche tangibili. Le mediazioni storiche sono necessarie, benché limitate.Se il Divino è trascendente, nessuna rappresentazione storica può esaurirlo. Ciò non rende equivalenti tutte le formulazioni: impone di riconoscerne il limite. La trascendenza impedisce sia di sacralizzare il passato sia di assolutizzare il presente. Può così sostenere una fiducia non possessiva: la verità lascia cercare ed è comunicabile, ma non è del tutto controllabile. La fedeltà protegge ciò che è significativo senza limitare la ricerca e l’ascolto.

 

Una parola può restare identica anche se cambia il modo di comprenderla. Ripetere non garantisce continuità; semplificare può cancellare una domanda essenziale. La traduzione teologica deve quindi rendere accessibile un messaggio senza appiattirne il senso più profondo. Parole come grazia, fondamento, dono e speranza vanno chiarite, non sostituite in modo meccanico. «Mettere alla prova gli spiriti» (1 Gv. 4, 1-6) pone la domanda se una trasformazione sia in grado di chiarire il suo significato, di riconoscere la propria provenienza e di motivarsi.

Alla coerenza concettuale deve accompagnarsi la responsabilità verso la dignità delle persone: nessuna delle due sostituisce l’altra. Servono inoltre tempo e verifica. Né la resistenza dimostra un errore né il consenso garantisce verità. Una decisione responsabile resta rivedibile senza trasformare il limite in paralisi.Essere “attuali”, dunque, non significa solo corrispondere alle aspettative, ma raggiungere le domande reali del presente. L’inattualità è feconda quando riapre questioni trascurate, come gratuità, limite e fine; è sterile quando non comprende la realtà delle cose. «Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio» (Romani 12, 2). La teologia deve entrare nel proprio tempo senza esserne assorbita. La tradizione offre distanza dall’immediato; il presente interroga la memoria. Nessuno dei due può sottrarsi all’esame critico, come ci hanno insegnato Karl Barth e Vittorio Subilia.

 

La speranza impedisce di identificare il reale con ciò che è già compiuto. Non prevede un progresso inevitabile, ma permette di abitare l’incertezza responsabilmente. La memoria conserva anche domande e possibilità incompiute. Il futuro sottrae la tradizione alla ripetizione; la memoria offre orientamento al futuro. Nel presente occorre agire senza dichiarare definitiva ogni scelta: la continuità può essere quella di una promessa mantenuta aperta.