Protestantesimo, Resistenza, ecumenismo e federalismo

Un dibattito pubblico alla chiesa valdese di Pavia

 

Il 19 settembre 1946, condannato a morte da un tribunale militare sovietico, veniva giustiziato il teologo tedesco Ernst Lohmeyer. Oggi poco conosciuto, ma tra i principali studiosi del Nuovo Testamento del suo tempo, Ernst Lohmeyer, è stato vittima di due sistemi totalitari, prima ostacolato nella sua attività accademica dal nazionalsocialismo e quindi assassinato per motivi politici dalla polizia segreta sovietica, infine dimenticato nel dopoguerra.

 

Nella ricorrenza degli 80 anni dalla sua uccisione, cogliendo anche la sollecitazione rivolta dal professor Paolo Naso in occasione del Forum del II Distretto dello scorso marzo a recuperare e valorizzare il contributo protestante all’europeismo e il filo che lega identità protestante, teologia del patto e federalismo politico, la chiesa valdese di Pavia ha organizzato una conferenza a due voci dal titolo: «Convergenze. Protestantesimo, Resistenza, Ecumenismo e Federalismo».

Davanti a un pubblico numeroso, principalmente esterno alla Comunità, il pastore Andreas Köhn ha presentato la relazione “La teologia come resistenza ai totalitarismi del XX secolo. Il caso di Ernst Lohmeyer”.

 

Nella sua resistenza al nazismo, Lohmeyer nel 1933, rettore dell’università di Breslavia, di fronte ai suoi studenti di un corso sulla “Cristologia del Nuovo Testamento” definisce il nazionalsocialismo uno spirito ostile che paralizza ogni libera scienza. Successivamente aderisce alla Chiesa confessante, impegnandosi attivamente ed esponendosi personalmente. Spostato nella più piccola Università di Greifswald, nel 1937, in un commentario al Vangelo di Marco, in netto contrasto con l’antisemitismo, con il rifiuto dell’elezione del popolo d’Israele e con l’ideologia nazista, afferma che come il popolo ebraico è stato eletto tra gli altri popoli da Dio, così Gesù Cristo è la figura prescelta dal suo popolo come Führer. Dopo la guerra, rettore dell’Università di Greifswald, nella zona di occupazione sovietica della Germania dell’Est, percepito come protettore dei nazisti per divergenze con il governo provinciale sui membri dell’Università da destituire nell’ambito della denazificazione, alla vigilia dell’inaugurazione del nuovo anno accademico viene prelevato dalla polizia sovietica. Condannato a morte per fucilazione da un tribunale militare in un processo non pubblico, la sentenza è eseguita segretamente e solo nel 1958 la famiglia viene informata ufficialmente. Nel 1996 viene riabilitato dalla procura militare superiore russa e riconosciuto vittima innocente della repressione politica.

 

La seconda relazione tenuta dallo storico Stefano Dell’Acqua ha riguardato “Ecumenismo religioso e federalismo politico: intrecci e convergenze in Willem Visser’ t Hooft e nel contesto valdese”.

 

Ecumenismo e federalismo si sono entrambi preoccupati di superare le differenze. L’uno nella sfera religiosa, mirando a far convergere le chiese, le confessioni cristiane, l’altro sul terreno politico-istituzionale, attraverso una nuova forma di organizzazione dei rapporti tra gli stati.

Partendo dalla figura del pastore e teologo Willem Visser’ t Hooft, primo segretario del Consiglio ecumenico delle Chiese, è stata ripercorsa la vicenda dell’ecumenismo cristiano, processo avviato già all’inizio del 900 all’interno del protestantesimo, anche come strumento per una riconciliazione internazionale, sino alla nascita del Consiglio ecumenico delle Chiese, non più un’associazione basata su adesioni individuali, ma un’organizzazione costituita dalle Chiese, una vera e propria federazione di Chiese. Il titolo tedesco dell’autobiografia di Visser’ t Hooft “Il mondo fu la mia comunità”, attraverso il duplice significato del termine Gemeinde di parrocchia e di comune come istituzione, riassume in una parola il suo duale impegno di vita: religioso ecumenico e politico-civile federalista.

 

Visser’ t Hooft riconosce nel federalismo una coerenza e continuità con l’ecumenismo: l’opposizione ai totalitarismi e ai nazionalismi, che mettono lo Stato al primo posto come un idolo; il rifiuto del caos derivante dalla divisione tra Stati a sovranità assoluta, parallelo al rifiuto del caos derivante dai contrasti tra le varie confessioni religiose, che al di fuori dell’ecumenismo sono anch’esse a sovranità assoluta; la necessità del superamento delle divisioni, politiche per il federalismo, religiose per gli ecumenici, con la costruzione di forme sovrannazionali concrete e stabili di dialogo; la convinzione che la pace non è la semplice assenza di guerra, ma è frutto di istituzioni in termini federalisti, di cultura e di dialogo in termini ecumenici, capaci di trasformare la diversità in cooperazione. A sintetizzare l’intreccio di ecumenismo, protestantesimo, federalismo e Resistenza, a casa Visser’ t Hooft a Ginevra nel 1944 venne redatta la Dichiarazione federalista internazionale dei movimenti di Resistenza.

 

Infine, tra le varie radici del federalismo è stato evidenziato l’apporto protestante alla definizione della cultura politica del Federalismo e, in ambito valdese, il contributo di Giovanni Miegge e del gruppo dei “giovani barthiani” alla riflessione su ecumenismo cristiano e federalismo europeo, alla quale nel 1945 sono dedicate le «Giornate teologiche» del Ciabàs.

 

La riflessione proposta sulle vicende di ecumenismo e federalismo ha consentito di vedere la storia come un processo di superamento delle divisioni che hanno attraversato e ancora attraversano l’intero genere umano mediante la costruzione di “comunità” più ampie.