Reggio Calabria. “Migranti e repressione”

Nell’incontro del Patto territoriale, presentato il libro di Maurizio Alfano; proposta anche una rete nazionale di solidarietà a favore del diritto abitativo

 

Migranti e repressione: un titolo forte, che mette in rapporto due elementi apparentemente slegati. Come ci ha spiegato l’autore del volume, pubblicato da Sensibili alle foglie, Maurizio Alfano, in un’intervista collettiva alcuni giorni prima dell’evento, «quando le modalità di lavoro diventano sempre più precarie e deteriorate, contemporaneamente verifichiamo l’inasprirsi delle politiche repressive, ovvero quando la libertà di movimento non viene riconosciuta ai lavoratori, non ci sono pari diritti sociali e sindacali, si entra in un regime discrezionale, non universalista».

 

Questa è stata la base dell’incontro di venerdì 4 settembre nei locali della chiesa valdese di Reggio Calabria: la quarta assemblea del Patto Territoriale, con persone in collegamento da altre zone d’Italia, in particolare dal Piemonte («Raccolti resistenti«, Dambe So-Mh) e dalla Campania (Rete vesuviana solidale).

Come ci spiega anche Monica Natali, diacona della chiesa valdese di Reggio Calabria, «non è un evento estemporaneo, si colloca nel percorso del patto territoriale, una rete informale trasversale, costruita tra Reggio Calabria, la Piana, il Catanzarese, il Cosentino, fatta da singoli cittadini, enti, associazioni, sindacati, Emergency, organizzazioni umanitarie, la chiesa valdese di Reggio Calabria, Dambe So, Mh».

 

L’intento è «lavorare sulle questioni abitative, innanzitutto dei lavoratori braccianti, contro le politiche di confinamento, sollecitati soprattutto dallo sgombero della tendopoli di San Ferdinando alcune settimane fa».

 

Commenta ancora Alfano: «Il passaggio dalle tende alle palazzine non implica un riconoscimento dei diritti sociali, politici e sindacali dei lavoratori, perché nel momento in cui li segreghi urbanamente e neghi la libertà di accesso, uscita e movimento in determinati orari ,non stai riconoscendo i lavoratori in quanto tali, ma hai trasformato una persona con un regolare permesso di soggiorno e di lavoro in una persona che tendenzialmente può essere pericolosa socialmente. Qui si annida la repressione, in questa definizione di pericolosità sociale che ricorre costantemente nelle dichiarazioni, nelle comunicazioni delle prefetture, nel caso specifico Reggio Calabria, che ha sostenuto lo sgombero. La repressione segue uno schema di non riconoscimento delle persone, da lì l’inasprimento delle pene e le mancate opportunità a queste persone, al posto del recupero della dignità umana e dei diritti dei lavoratori».

 

Tematiche che non riguardano solo la Calabria, conferma Peppe Marra di Usb Calabria: «Purtroppo è una problematica del settore agricolo, uno dei principali settori per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro. Mantenere delle persone in quelle situazioni è funzionale a un sistema fatto di sfruttamento, perché abbiamo una grande distribuzione che impone dei prezzi a dei produttori che non riescono a starci, se non facendoli pagare ai lavoratori.

Purtroppo in Calabria questo modello si accompagna a una situazione generale di povertà, di mancanza di strumenti, di problematiche del lavoro, che poi diventa esplosiva, come è stato anni fa a Rosarno. Oggi con lo sgombro della tendopoli e lo spostamento nelle palazzine, la paura è che si stia preparando un modello da ripetere in tutte le situazioni con insediamenti e campi occupati dai lavoratori».

 

E conferma il paradosso citato da Alfano: «Ai lavoratori viene negato non solo l’accesso libero ma anche il diritto di riunione, che sono persone con regolare permesso di soggiorno, regolare contratto di lavoro, residenza, che stanno in situazioni in cui il regolamento è quasi carcerario».

È cambiato qualcosa in questi anni, per esempio in ambito sanitario? Risponde Mauro De Stefano di Emergency, presente nel territorio della Piana di Gioia Tauro da circa 15 anni: «Sostanzialmente poco, assistiamo a un ciclico approccio emergenziale al problema, e questo si ripercuote sulla salute. L’approccio emergenziale, che non cambia, consiste nel progettare continuamente campi e di confinare le persone. Le persone che assistiamo agiscono all’interno di un territorio dove i servizi sanitari regionali sono a volte inaccessibili o difficilmente accessibili. In più, le persone che assistiamo non hanno accesso a determinati servizi sociali».

 

Chi lavora in questi ambiti sa quanto sia importante lavorare in rete, come dimostra la nascita del patto territoriale, conclude Natali: «Quello del patto territoriale è un esempio veramente prezioso di rete trasversale, direi anche dal basso, di cittadini, cittadine, associazioni, piuttosto che grandi enti; magari enti locali, sindaci, persone che mettono a disposizione le loro competenze, esperienze. Questa rete ci dà forza, visibilità, capacità di fare massa critica. Per noi è una grande sfida, in un contesto dove spesso prevalgono l’individualismo, l’autoreferenzialità».

Varie proposte sono emerse dall’incontro del 4 settembre, incentrato sul tema (centrale anche nel Sinodo valdese e metodista) della dignità abitativa, tra cui quella di creare una rete nazionale; ma anche la richiesta di abolire il meccanismo del click day, la proposta di una giornata di sciopero dei lavoratori migranti (sostenuti da una “cassa di resistenza”), accompagnata dal boicottaggio dei marchi che li sfruttano.

 

Ricordiamo che anche il Sinodo valdese, sollecitato da due atti della Conferenza del IV Distretto, ha approvato due ordini del giorno sui diritti delle persone e dei lavoratori migranti e sullo sfruttamento del lavoro.