Mosè: voce fragile per una testimonianza forte
Il libro di Giacomo Petrarca ci spiega tutta la ricchezza del personaggio biblico
Già il sottotitolo del nuovo libro di Giacomo Petrarca, Mosè. Dal mondo al libro* (Feltrinelli, 2026), vale come una dichiarazione di metodo. Dal mondo al libro non è infatti il percorso che ci si aspetterebbe. L’autore lo chiarisce fin dalle prime pagine: «Sarebbe stata più naturale la traiettoria inversa, ma la posta in gioco ora è questa: ritornare al libro, per tessere nuovi legami con il mondo. Non un’esigenza di astrazione o purezza, ma di vita: alleviare le ferite, ricomporre, riparare, Tiqqun Olam». In queste righe è già racchiuso il movimento dell’intero volume.
Il Mosè di Petrarca non è una biografia, né intende stabilire «se sia esistito un individuo chiamato Mosè e se abbia compiuto quelle grandi gesta che il testo biblico gli attribuisce». Moshe Rabbenu, Mosè nostro maestro, diventa piuttosto il luogo nel quale convergono Bibbia, memoria, Legge, commento e teologia politica. Ma qui “Legge” è una traduzione solo parziale. Torah significa anzitutto insegnamento, orientamento, parola trasmessa: una rivelazione inseparabile dalla comunità che la riceve, la studia e la interpreta. Più che ricostruire un’origine, Petrarca segue il cammino di una parola che attraversa i secoli senza mai smettere di generare letture.
È per questo che la trasmissione occupa un posto centrale. I Pirqè Avot si aprono con una formula tanto semplice quanto decisiva: «Mosè ricevette la Torah sul Sinai e la trasmise…». Fin dall’inizio il centro non è il possesso della rivelazione, ma la sua consegna. Ogni passaggio implica una responsabilità: custodire ciò che è stato ricevuto senza trasformarlo in un reperto immobile. La tradizione non coincide con la ripetizione del già detto; vive nella continuità di una parola che domanda di essere nuovamente compresa.
Dalla Torah ai midrashim, da Spinoza a Freud, da Kafka a Derrida, il nome di Mosè attraversa i secoli mutando forma. Ogni epoca lo riceve, lo incrina, lo riscrive. L’origine non resta immobile alle spalle delle interpretazioni, ma continua a vivere nelle letture che la riaprono. Anche la Legge appare così non come comando oppressivo, bensì come responsabilità: lo spazio nel quale parola e azione possono continuamente misurarsi. Per questo la tradizione rabbinica legge le lettere incise sulle tavole come promessa di libertà: «Al tiqra charut ela cherut – Non leggere “incise”, ma “libertà”» (Mishnah Avot VI, 2). La libertà non nasce contro la Legge, ma dal modo in cui la si accoglie e la si interpreta.
Anche la rottura delle prime tavole assume un significato decisivo. Non celebra la rivolta, ma impedisce che il testo diventi un idolo, che la verità si chiuda nell’illusione di una presenza definitiva. L’interpretazione non è arbitrio né esercizio di soggettivismo: è la forma più esigente della fedeltà, perché obbliga ogni lettore a misurarsi con un testo che non cessa di interrogare chi lo accosta.
Anche Mosè viene sottratto alla monumentalità. Profeta e personaggio, autore e creatura del libro, riceve una parola che non possiede. La sua balbuzie diventa il segno di un’autorità che non coincide mai con il dominio della verità. La fragilità della voce non diminuisce la forza della testimonianza; ne costituisce, al contrario, la condizione. Riaffiora così una domanda antica e insieme attuale: la verità passa attraverso una lingua trionfante o attraverso una parola ferita?
Il culmine è il racconto della morte di Mosè. Chi scrive la fine di colui al quale il libro è attribuito? Una tradizione rabbinica racconta che Mosè trascrisse in lacrime le parole della propria scomparsa. Entra così nel testo proprio mentre ne viene escluso, lasciando la Scrittura senza padrone e affidandola a chi verrà dopo. Petrarca riconosce in questo paradosso uno dei nuclei più profondi della tradizione: non un deposito immobile, ma un’eredità che vive soltanto se qualcuno accetta di farsene responsabile.
La ricchezza dei riferimenti che attraversano le pagine del libro di Petrarca, non è mai esibizione erudita. Ogni autore illumina una diversa possibilità di leggere Mosè, senza pretendere di esaurirne il significato. Ne nasce un saggio di notevole densità teoretica, sostenuto da una rara capacità di tenere insieme rigore filologico e interrogazione filosofica. Più che consegnare un’interpretazione definitiva, Petrarca restituisce il lettore al libro, mostrando che l’eredità di Mosè non consiste nel possesso intatto delle tavole, ma nel compito, sempre rinnovato, di raccoglierne i frammenti e farli parlare ancora.
* G. Petrarca, Mosè. Dal mondo al libro. Milano, Feltrinelli, 2026, pp. 256, euro 16,00.