«Proteggere le persone più che i confini»
Intervista a Torsten Moritz, segretario generale della Commissione delle Chiese per i Migranti in Europa
Torsten Moritz è segretario generale della Commissione delle Chiese per i Migranti in Europa. In questa intervista realizzata dall’ufficio comunicazione del Consiglio ecumenico delle chiese ha riflettuto sull’importanza che le chiese conoscano il Patto UE su migrazione e asilo e su come le chiese in tutta Europa e oltre possano rimanere una voce ferma di coscienza in materia.
Nella prossima assemblea della Commissione delle Chiese per i migranti in Europa, ci si concentrerà sulle esperienze dei membri con il Patto UE su migrazione e asilo. Quali sono le vostre speranze riguardo ai risultati di queste discussioni?
Moritz: È chiaro che il Patto UE su migrazione e asilo determinerà le condizioni dei migranti e delle persone in cerca di protezione in Europa, sia all’interno che all’esterno dell’UE. In linea di principio, il Patto UE su migrazione e asilo dovrebbe operativo oramai dal 12 giugno. Alcune disposizioni dell’atto sono di per sé molto problematiche, come ad esempio il trattenimento dei richiedenti asilo alla frontiera, l’intento di rimandarne molti indietro dopo un esame superficiale del loro caso, o l’affidamento della responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo ai paesi alle frontiere esterne dell’UE. In pratica, vediamo ora che quasi nessun paese dell’UE è pronto. Non è chiaro quali leggi si applicheranno e quando, il che crea caos e ulteriori sofferenze per i più vulnerabili.
Lo scambio di esperienze tra le chiese europee e le agenzie cristiane consentirà, auspicabilmente, una risposta pratica migliore e più coordinata, dato che la situazione dei più vulnerabili sta peggiorando in questo contesto. Dovrebbe inoltre permettere di documentare il fallimento del patto, sia nelle sue fondamenta che nella pratica. Infine, ma non meno importante, dovrebbe incoraggiare le chiese europee a cercare un modello per un diverso sistema di asilo in Europa, un sistema che protegga le persone più dei confini.
Può descrivere la profonda preoccupazione che circonda il patto sulla migrazione, proprio nel 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951?
Moritz: Lo definirei un atto cinico . Oggi i politici europei lodano la Convenzione del 1951. La Carta dei diritti fondamentali dell’UE, all’articolo 18, garantisce il diritto d’asilo “nel rispetto” della Convenzione del 1951 e del Protocollo del 1967. Allo stesso tempo, le leggi dell’UE e di altri paesi europei rendono sempre più difficile l’esercizio di questo diritto. Diversi accordi, ufficiali e non, con paesi extraeuropei mirano a impedire alle persone di raggiungere l’Europa e chiedere protezione. Anche coloro che sono arrivati in Europa sono sottoposti a procedure di asilo accelerate, vengono privati di un esame completo del loro caso o ricevono un supporto legale minimo. Nei casi peggiori, vengono espulsi dall’Europa mentre il loro ricorso contro la decisione sull’asilo è ancora pendente.
L’obiettivo è chiaramente la deterrenza e la dissuasione. Questa strategia si basa sul presupposto che le persone vengano in Europa perché vivere qui è molto comodo. Questo presupposto è ovviamente errato e ignora completamente le vere ragioni per cui le persone fuggono da dittature, guerre o violenze, per citarne solo alcune.
Vorrebbe dire qualcosa in merito al recente corso di formazione sull’attivismo che la Commissione delle Chiese per i Migranti in Europa ha organizzato a Bruxelles?
Moritz: La Commissione delle Chiese per i Migranti in Europa ha offerto un corso di formazione sull’attività di advocacy dal 9 all’11 giugno a Bruxelles, nell’ambito della nostra campagna principale “Proteggere le persone più che i confini”.
La formazione si è svolta poco prima dell’entrata in vigore del Patto UE su asilo e migrazione, il 12 giugno. Durante gli incontri abbiamo sottolineato come il ruolo della società civile indipendente non sia mai stato così urgente.
Il programma di formazione si è basato su sessioni specialistiche che hanno trattato i processi decisionali dell’UE, le strategie di advocacy e le tecniche pratiche per le piccole organizzazioni. I partecipanti hanno incontrato direttamente i responsabili politici dell’UE, per poi tornare a perfezionare le proprie strategie, presentare i piani di azione e definire i passi successivi.
Cosa possono fare le chiese in tutta Europa e nel resto del mondo per rimanere una voce di coscienza salda su questo tema?
Moritz: Credo che sostenere il concetto di uguaglianza e dignità tra gli esseri umani creati a immagine di Dio sia il punto di partenza fondamentale, e su questo molti non cristiani possono essere d’accordo.
Oltre a ciò, le chiese possiedono un’enorme capacità e competenza nel lavorare con e per le persone in cerca di protezione. Qui in Europa, l’arrivo di un milione di sfollati dal Medio Oriente nel 2015 o di quattro milioni dall’Ucraina nel 2022 ha suscitato una risposta straordinaria da parte delle chiese. Ciò significa che le chiese sanno cosa funziona nella pratica. Questa conoscenza dovrebbe incoraggiarci a promuovere un sistema preparato, che non consideri ogni sfollamento come una crisi senza precedenti, che l’Europa non è in grado di gestire.
In questo contesto, le chiese europee stanno sviluppando un sistema preparato ad accogliere gli arrivi, anche di gruppi numerosi. Speriamo di presentare il progetto il prossimo anno: un progetto per un sistema che, attraverso buone procedure e infrastrutture, si impegni a risolvere i problemi, anziché ricorrere al panico e all’incitamento all’odio contro i rifugiati. L’obiettivo di tutti è ovviamente che le persone non debbano più fuggire dalle proprie case. Tuttavia, se ciò dovesse ancora accadere, l’Europa dovrebbe essere pronta con un sistema che protegga le persone più dei confini.