Social e adolescenti: l’illusione del divieto

La sola repressione non è sufficiente e soprattutto allarga, invece di ridurre la distanza che separa le generazioni: occorre farsi interlocutori, privilegiando innanzitutto l’ascolto

 

“Posa quel cellulare! Se non la smetti, lo prendo e lo butto dalla finestra!” Quante volte abbiamo sentito, o avremmo voluto sentire, queste parole da parte dei genitori di adolescenti. Non è possibile stabilire un nesso di causalità univoco, ma gli studi indicano una serie di correlazioni significative tra l’uso intensivo delle piattaforme e il benessere psicofisico dei giovani e, giustamente, i genitori se ne preoccupano. Se i social media presentano indubbi elementi positivi, come il supporto alle relazioni sociali e l’accesso illimitato alle informazioni, delle criticità emergono con forza.

 

L’ipersensibilità al feedback, alimentata dal meccanismo dei “mi piace”, induce il cervello a ricercare continuamente una gratificazione immediata. A ciò si aggiungono la correlazione con stati ansioso-depressivi – con un rischio che aumenta sensibilmente superate le tre ore giornaliere di utilizzo – e la trappola del confronto sociale, dove l’esposizione costante a modelli di vita e splendidi corpi alimenta la frustrazione per la propria inadeguatezza. Non vanno dimenticati il senso di solitudine derivante dall’uso sostitutivo delle interazioni faccia a faccia, i disturbi del sonno legati alla luce blu e all’allerta emotiva, il rischio di cyberbullismo e la dipendenza da FOMO (Fear of Missing Out), cioè dalla paura che, scollegandosi, il “gruppo dei pari” ci emargini.

 

In questo clima di preoccupazione, il primo ministro britannico Keir Starmer (nel frattempo dimessosi ndr.) ha annunciato in questi giorni un provvedimento per vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme social, gaming e livestreaming, equiparando le interazioni online a situazioni di pericolo reale. Un’iniziativa che, come già accaduto in Australia, ha raccolto un enorme consenso popolare: 9 genitori su 10 vedono nel divieto una soluzione. È chiaro che questi numeri non parlano solo di una sana preoccupazione verso il web, ma rivelano una profonda fragilità educativa degli adulti. C’è anche una percepita vulnerabilità da parte dei ragazzi che, nel corso di sondaggi preliminari, si dichiaravano favorevoli al provvedimento restrittivo nella misura del 70%, sette su dieci. Salvo poi verificare quanto successo in Australia, primo paese a sperimentare concretamente il divieto, dove a quattro mesi dall’entrata in vigore della norma circa il 70% dei minori è già riuscito ad aggirare i sistemi di verifica. Il divieto, da solo, non basta.

 

Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro, in un’intervista a la Repubblica, critica duramente questo proibizionismo, definendolo un sintomo della “dissociazione” degli adulti. Noi adulti, infatti, utilizziamo il digitale in modo compulsivo: geolocalizziamo figli e animali di compagnia, alimentiamo gruppi tossici di genitori su WhatsApp bullizzando quelli che non sono adeguati al gruppo, poi, sentendoci impotenti di fronte agli occhi perennemente bassi dei ragazzi sugli schermi, etichettiamo come “patologici” i loro comportamenti e “malata” l’intera generazione. I social, oggi parte integrante della “società onlife”, non sono un optional: sono la realtà in cui i ragazzi costruiscono la propria identità. Proibire significa negare il loro mondo.

 

Bisogna smettere di sottrarre strumenti e iniziare a costruire alternative. I ragazzi non hanno bisogno di recinti, ma di adulti capaci di educare alla complessità. Dobbiamo offrire loro orizzonti di speranza e una formazione critica che sveli i meccanismi occulti degli algoritmi, trasformando l’utente passivo in un cittadino digitale consapevole.

Di fronte a questa sfida, la politica europea deve certamente proseguire la sua battaglia contro lo strapotere algoritmico delle Big Tech, pretendendo trasparenza, sicurezza, molteplicità di opzioni. Tuttavia, la risposta non può esaurirsi in una norma censoria. Va immaginato un nuovo patto generazionale, dove i genitori sono chiamati prima di tutto a educare sé stessi a un uso consapevole dei social media, ma anche proporre un cammino condiviso di apprendimento reciproco, fondato su un’etica della responsabilità che, in senso protestante, sappia coniugare la libertà individuale con il dovere di cura. La nuova generazione è intelligente in modo nuovo, sta maturando competenze nuove e diverse che possono aiutare e soccorrere le generazioni precedenti, non solo a sbloccare le app quando le impalliamo, ma a capire i nuovi meccanismi del desiderio, del successo e delle relazioni interpersonali.

 

“Save the Children” indica in Italia il numero di 4 adolescenti su 10 che utilizzano l’Intelligenza artificiale come “confidente” preferendola a familiari o amici. Dobbiamo imparare a riappropriarci del nostro ruolo di interlocutori, creando spazi di ascolto in cui non siamo solo censori del (loro!) tempo trascorso online. Solo diventando “luoghi di senso” capaci di accogliere anche le nostre fragilità senza il bisogno di giudicarle, potremo ricostruire quel legame spezzato che oggi spinge i figli a cercare risposte nel silicio.