Ridonaci la gioia
All’avvicinarsi della Domenica delle palme, ricordiamo una gioia seguita da croce e smarrimento: anche dal silenzio, Dio proclama la sua regalità
Di questi tempi, gravati dall’oscurità che le guerre e le violenze fanno scendere su tutti e tutte noi, cosa non daremmo o faremmo per un momento di gioia vera e profonda. Per intenderci siamo ancora capaci di ridere o cercare qualche motivo di allegria che ci sembrano rubati alla pesantezza della realtà, ma altra cosa è la gioia.
Secondo i quattro evangeli che, con accenti diversi, tutti narrano dell’arrivo di Gesù a Gerusalemme, quel giorno ci fu gioia: una gioia non finta. Una gioia messa in scena, preparata e proclamata. Già c’è una folla che arriva a Gerusalemme, da tutta la Palestina e da vari luoghi del Mediterraneo; un bagno di folla tra canti e vocii dove nessuno penserebbe di tirare una pietra o far arrivare un drone, sarebbe oggi motivo di gioia. Tuttavia, dobbiamo avvicinarci al corteo e guardare meglio.
In mezzo a quella folla c’è un uomo che cavalca un asino, come fosse un contadino, al ritorno dai campi. Davanti a lui esplode la gioia, poco importa se erano solo i suoi discepoli o se tutti hanno partecipato; qualcuno dice che si stendono mantelli a terra al suo passaggio e rami verdi. E esplode la gioiosa proclamazione: quella dedicata a ogni pellegrino del corteo: «benedetto colui che viene nel nome del Signore», e quella dedicata a Gesù: «benedetto il re che viene nel nome del Signore». La gioia per le opere di Dio viste frequentando Gesù.
La gioia esplode dunque nella lode a Dio e in questo senso, pur essendo qualcosa di limitato nel tempo, secondo i racconti, è una gioia che può essere rivitalizzata nel riconoscimento di ciò che Dio ha fatto per noi. Gesù entra in Gerusalemme tra i pellegrini, come il re mansueto del profeta Zaccaria, lo ha voluto lui, ha dato istruzioni precise. Va in scena una marcia regale che mostra una regalità umile e non minacciosa, un asino, e non il cavallo del conquistatore, una regalità che risulta irridente nel secolo di Tiberio e Pilato, ma che anticipa ciò che invochiamo nel Padre nostro, quando diciamo «venga il tuo regno». La regalità di Gesù, così diversa da quella terrena è capace di far esplodere una proclamazione gioiosa. Non organizza discorsi di circostanza come quando funzionari a cavallo arrivavano in città, ma mobilita voci e corpi nella gioia.
Dobbiamo ammetterlo, non è stato che un momento; nel corso degli avvenimenti della passione, nessuno, né i discepoli, né la folla, né Pilato richiameranno quel momento festoso ed esso non servirà di motivazione per i discepoli a restare con Gesù. Lo smarrimento, la paura, la delusione riconquisteranno le persone che hanno sostenuto Gesù nella sua marcia regale. Solo dopo Pasqua si rileggeranno gli eventi. Potremmo quindi dire che la marcia regale di Gesù è un annunzio che riguarda la regalità di Dio. L’evangelista Luca del resto sottolinea il carattere di anticipazione del Regno di Dio e ci allontana dall’idea che la regalità di Gesù sia già completa e riconosciuta, quando i discepoli, diversamente dalla proclamazione degli angeli, al momento della nascita di Gesù, affermano «pace nel cielo e gloria nei cieli altissimi». La terra deve aspettare e per tanto tempo è ancora luogo senza pace, senza benessere e senza giustizia. Ma la direzione della regalità di Dio in Cristo e la sua dimensione cosmica sono già proclamate.
Probabilmente questa regalità manifesta, che appartiene per ora al cielo e non in maniera palese alla terra, ha anche effetti sul nostro modo di percepire le regalità di questa terra, perché non ci dimentichiamo che Gesù cavalcava un asino, ma anche perché dire che abbiamo un solo signore è denso di conseguenze. Parlare di pace in cielo, non ci fa abbandonare la terra, ci mette in una dimensione di vigilanza e attesa. Una proclamazione di Dio piena di gioia può dar fastidio e spaventare, come sottolineano Luca e Giovanni. Secondo Luca tuttavia non è umanamente possibile spegnere la proclamazione che scaturisce con gioia dai discepoli di Cristo. Se i discepoli sono messi a tacere e ridotti alla tristezza, alla afasia, attanagliati dal senso di colpa di voler provare gioia, Dio stesso farà gridare le pietre, simboli di morte e silenzio. Da ciò che non ha voce Dio creerà la proclamazione della sua regalità. Quella lode gioiosa racchiusa in pochi versetti, circondata da tempi bui di smarrimento allora come oggi, è offerta a noi per la prossima domenica delle Palme affinché riconsideriamo il motivo della gioia che non è mai finta o illusoria ma si annida sotto traccia in ogni nostra vita: ecco, il tuo re viene a te. Il re dell’universo si è abbassato fino nella tua oscurità e ancora oggi ti conduce alla lode.