La democrazia come strumento per la testimonianza

Si è tenuto alla chiesa metodista di Milano il Forum delle chiese del II Distretto delle chiese metodiste e valdesi

 

Un modo di essere e un modo per operare. Ma anche un sentimento. La democrazia, che è una fatica, come suggeriva il titolo del Forum delle chiese metodiste e valdesi del II Distretto (Milano, chiesa metodista, 21 marzo), nonostante tutti i suoi “difetti” ha rivelato di sé una caratteristica che viene da fratelli e sorelle di chiesa, pastori e pastore, persone impegnate negli esecutivi e negli organismi intermedi: vogliamo tenercela stretta.

 

Sembra un’ovvietà, ma così non è: infatti in altri ambiti politici e istituzionali con cui facciamo i conti quotidianamente, anche in Paesi in cui l’assetto democratico è stato costruito e mantenuto pagando prezzi salati (guerre civili, qualche volta il superamento pacifico di regimi autoritari, come la portoghese “Rivoluzione dei garofani”, 1974), vediamo oggi che la democrazia è in crisi: le democrazie nel mondo non sono moltissime – ha spiegato Paolo Naso in apertura –: e soprattutto il loro numero va calando. Cioè, le democrazie «si ammalano», spesso vanno a trasformarsi in “democrature”, innestando su un guscio formalmente democratico pratiche e procedure da dittature. E spesso ciò accade con un velato consenso popolare, o senza che ciò faccia scandalo. Se poi si usa la religione per impostare ideologicamente queste pratiche, peggio ancora. Siamo molto lontani da quella teologia del Patto che, partendo dalla fortissima base biblica, ha informato di sé tanto del mondo moderno.

 

Anche il versante dell’informazione non aiuta, anzi –ha spiegato David Trangoni – la stampa e l’informazione libera versano in condizioni operative sempre più difficili, per l’azione di governi sempre più censori. Esistono pratiche scientemente messe in opera per delegittimare l’informazione, come documenta uno studio di TheEconomist. Non ci si faccia ingannare dal profluvio di contenuti superficiali veicolati dagli strumenti più improbabili. Anche la sovrabbondanza finisce per occultare la ricerca seria della verità.

 

Questo è ciò che sta intorno a noi e alle nostre chiese. Ma le motivazioni che ispirano una riflessione delle chiese evangeliche sulla democrazia sono innanzitutto teologiche. Lo ha spiegato, introducendo la giornata, la pastora Giovanna Vernarecci, membro della Comm.ne esecutiva distrettuale (Ced): se vogliamo «proseguire con la volontà di annunciare il Signore stando nella democrazia, cosa che non tutti fanno» – ha detto – abbiamo dei riferimenti forti, il cui primo esempio giunge da Calvino: «Le Ordinanze ecclesiastiche del 1541 – che poi furono ratificate dal Consiglio generale di Ginevra il 2 gennaio 1542 – rappresentano il primo tentativo sistematico di dare forma visibile a una chiesa che intende essere governata non da un singolo uomo, ma da una pluralità di ministeri che cooperano». Nessuna autorità individuale è sufficiente: ogni autorità deve essere condivisa e verificata in quella che deve essere la sua fedeltà all’Evangelo. Concetti che in tempi più recenti saranno ribaditi: «L’organizzazione (…) vale ed è auspicabile, ma solo nei limiti in cui serva allo scopo della chiesa, che è di testimonianza di Cristo in attesa dell’evento escatologico» (da Barth).

 

Una frase celebre di Bonhoeffer (tratta da La vita comune, 1938) ci richiama al fatto che «Chi ama la propria idea di comunità cristiana più della comunità stessa, diventa un distruttore di ogni comunità». Quindi, come si è visto nella discussione appassionata dei gruppi (fine mattina e inizio pomeriggio), se anche i sentimenti con cui ognuno e ognuna di noi conduce la propria vita all’interno della comunità cristiana saranno fatti di aspettative, ansie, buone intenzioni, reiterazione di pratiche “perché si è sempre fatto così”, occorrerà sempre non anteporre la propria personalità alla comunità, e cercare anche nelle procedure apparentemente più ripetitive e pedanti la fedeltà alla volontà di Dio.

 

Certi meccanismi sono lenti e complessi, ma sono una garanzia che ognuno possa sentirsi a casa propria; non solo, ma all’interno delle chiese è possibile mantenere la consapevolezza (oggi piuttosto esangue nella vita civile) del senso della delega, nei due sensi: si affidano incarichi a persone votate per questo, ma poi accade anche che chi è investito di responsabilità sappia distribuire alcune delle competenze ad altre persone, facendole crescere. Un limite, però, che abbiamo di fronte a noi da sempre è il carattere che è stato definito “logocentrico” della nostra democrazia ecclesiastica: è vero, “prendere la parola” non è semplice per chiunque. Esistono però tecniche di animazione e persone con competenze, che possono cercare di venire in soccorso, aggiornando anche le tecniche del lavoro collettivo.

 

Una bella suggestione è venuta in un gruppo in cui si è notato che lo strumento delle decisioni viene indicato dalla parola che indica anche la pratica del culto: assemblea. Certo, è stato curioso sentir che in qualche chiesa c’è buona partecipazione ai culti, ma essa si fa scarsa nelle assemblee, mentre in altre avviene quasi il contrario, che ci sia un maggior interesse per i momenti decisionali. Ma in tutte le possibili diverse situazioni, ciò che conta (che può e deve venire innanzitutto dalla predicazione) è la consapevolezza di ritrovarsi in quanto convocati e convocate dal Signore, per discutere e prendere decisioni lodandolo ed esprimendogli riconoscenza. Poi, i modi, li possiamo anche cambiare e possiamo cercare di modificare con saggezza le strutture organizzative della chiesa. Perché comunque – ha ricordato in plenaria il pastore William Jourdan – non siamo noi a possedere la chiesa: e quando noi pensiamo che cosa intendiamo per democrazia, guardiamo a essa come la modalità più appropriata per esprimere la nostra testimonianza. Lo facciamo con una struttura democratica – ha concluso il pastore Davide Ollearo, presidente della Ced – «perché rispondiamo a un Patto, a cui segue un patto fra di noi, che è un patto fra uguali: l’unico diverso è colui che ci ha coinvolti nel primo patto».