Fra machismo e sopraffazione

In vista dell’8 marzo alcune riflessioni della presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia

 

Con la mano sul petto io te lo prometto davanti a Dio. Sarеmo io e te. Da qui sarà per sempre, sì!

Sanremo si è concluso da una settimana e Sal Da Vinci lo ha vinto con la canzone ‘Per sempre si’ che parla di un amore che, dopo alcune difficoltà, culmina con il fatidico si nel giorno del matrimonio.

Fin qui non ci sarebbe molto da dire, se non che il testo è visto da una prospettiva solo maschile in cui è l’uomo che regala alla donna “il più grande giorno” della sua vita e la promessa di vivere “legati per la vita” poiché senza di lei non avrebbe senso vivere, gli fa assumere quei contorni di ricatto e minaccia che abbiamo visto in tanti casi di separazione non accettata. Separazioni che, purtroppo, si concludono con un femminicidio.

 

Non me ne voglia Sal Da Vinci, ma per come è concepita questa canzone mi sembra rispecchi una certa cultura machista che vede la donna come essere fragile a cui provvedere e da possedere per la vita, nolente o volente!

Una cultura che, in realtà, nasconde l’estrema fragilità di una certa parte del mondo maschile e che poi porta a non accogliere le istanze della donna, la sua volontà anche quando questa non corrisponde ai desiderata maschili, in barba al diritto di divorziare così faticosamente conquistato nel 1970.

Ancora una volta da parte della popolazione italiana, uomini e donne, si scambia  la passione con la costrizione, l’amore con il possesso!

E mentre in Italia gli echi della competizione canora non si sono ancora spenti, nel mondo ci troviamo a fronteggiare repressioni e guerre dove troppo spesso le donne sono le prime a pagare il prezzo più alto: pagano il prezzo di mancanza di libertà e di lutti in regimi illiberali che trovano nella religione un forte puntello per definire un sistema sociale, economico e culturale patriarcale.

 

In modo differente, ma poi non tanto, questa cultura del dominio, della sopraffazione trova sempre più spazio nel nostro paese, anche a livello istituzionale, e così non deve troppo stupire che, dopo il cosiddetto ‘patto rosa’ tra Giorgia Meloni ed  Elly Schlein per approvare un testo condiviso sulla violenza di genere e la sua approvazione in prima battuta alla Camera a novembre 2025, si arrivi in senato con un DDL sostanzialmente modificato. Le modifiche approntate dalla leghista Giulia Bongiorno per definire cosa è violenza sessuale, a parer mio, spostano il baricentro dall’assenza di un «consenso libero e attuale» della persona coinvolta, ad una  riformulazione  il cui  fulcro diventa la «volontà contraria» della vittima. In altre parole, conta il fatto che la persona abbia espresso, in modo chiaro, di non voler avere un rapporto sessuale. Ma allora nei processi la domanda può cambiare da non “c’era un sì libero?” a “lei ha fatto abbastanza per far capire che non voleva?”.

Le conseguenze possono essere più spazio a interpretazioni e stereotipi (relazione, reputazione, “contesto”), più vittimizzazione secondaria. Sono proprio queste zone grigie quelle in cui la paura di denunciare, la soggezione dentro e fuori i tribunali, il ricatto, le asimmetrie di potere trovano terreno fertile.

Così anche il freezing (blocco emotivo/fisico, in cui la vittima è incapace di reagire, urlare o fuggire di fronte a un’aggressione, nda) rischia di essere scambiato per ambiguità. Ma il silenzio, il blocco non sono consenso e senza consenso è stupro.

 

Allora a chi mi domanda se a distanza di 50 anni dalla sua nascita la FDEI serve ancora, la mia risposta – da donna e credente – è si!

 

Purtroppo si!!!