Piero Gobetti e il protestantesimo
Una conferenza nell’ambito delle iniziative per il centenario della morte dell’intellettuale torinese
Nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario della morte di Piero Gobetti (1926-2026), il 27 febbraio, si è tenuta in chiesa battista di via Passalacqua, a Torino, la tavola rotonda “Piero Gobetti e il protestantesimo” moderata da Piera Egidi Bouchard, a cui hanno partecipato Avernino Di Croce, Pietro Polito e chi scrive, con i saluti di benvenuto del pastore Lino Gabbiano. Gli interventi musicali a cura del Duo Pizzulli hanno accompagnato la serata con musiche per violino e pianoforte di Katharine Barry, Teresa Carreno, Aziza Mustafà Zadeh, M. Teresa Pizzulli, Lili Boulanger. Tali musiche sono state dedicate a Ada e al suo amore per la il canto.
Il contesto culturale in cui Gobetti svolse la sua esemplare opera culturale è stato ricostruito da Pietro Polito che si è soffermato soprattutto sull’eresia del pensiero gobettiano nella filosofia e nella politica mentre Avernino di Croce ha ricostruito i legami con il protestantesimo, in particolare con la rivista “Conscientia” diretta da Giuseppe Gangale, che fu a tratti definito più calvinista di Giovanni Calvino, per il rigore morale e per l’impronta nettamente antifascista. Fu il confronto con il pensiero di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, ma anche con pensatori come Hegel e Kierkegaard a far incontrare intorno alla rivista i più significativi esponenti della “cultura della crisi”. La rivista ospitò il dialogo a distanza tra Piero Gobetti e Antonio Banfi, Giovanni Miegge, Tommaso Fiore. Il mondo culturale di Piero aveva riferimenti più ampi, quali Luigi Einaudi, Gaetano Salvemini o scrittori come Giuseppe Prezzolini e Piero Jahier. Rivisitare il legame con quest’ultimo, sarebbe molto interessante per approfondire i rapporti con il mondo protestante.
I tempi bui del fascismo non sono solo un contorno ma purtroppo penetrarono la vita di Gobetti, fino all’esito dell’esilio a Parigi con la tragica morte (16 febbraio 1926). In quel giorno Ada scrive nel suo diario: “La mia fede è la tua fede, non altra: e in essa soltanto posso trovare la forza di accettare”. Lo fece, decidendo di restare in piedi quando il mondo intorno a lei crollava, e lo fece anche per suo figlio Paolo e per offrirgli un futuro.
L’incontro in chiesa battista è stato il primo evento organizzato dopo la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Teatro Carignano (16 febbraio 2026), aprendo così la lunga serie di occasioni in cui la vita, il pensiero e l’opera di Piero Gobetti verranno presentati, rivisitati criticamente e illuminati da nuovi stimoli interpretativi.
Oltre agli scritti e alle iniziative editoriali, una fonte importante per comprendere la vita di Piero Gobetti è il carteggio con la moglie Ada, curato da Ersilia Alessandrone Perona e pubblicato dalla casa editrice Einaudi, che permette di accostarsi in modo innovativo alla loro vita di relazione, non solo come coppia di giovani amanti ma anche come persone impegnate nella vita civile e politica del loro tempo, in dialogo con tante e diverse personalità. Tre sono gli ambiti che si riconoscono come “protestanti”: l’amore del prossimo, il rapporto tra amore e politica, l’impegno civile nella Resistenza e per la società democratica.
È un amore adolescente che nasce nel vicinato – Piero e Ada abitavano nello stesso stabile in via XX Settembre 60 – e si alimenta giorno dopo giorno degli scambi e delle condivisioni che i due giovani si rinnovano nel continuo: è la forza dell’amore che emerge davanti al male, durante la nascente opposizione antifascista, nel momento della partenza e del distacco e poi nella notizia triste della morte in esilio di Piero. È come se fosse la mancanza a tracciare i contorni di un amore colmo di desiderio e di passione che non è mai fine a sé stesso, ma che si irradia tutto intorno, donando tanta vita, anche attraverso l’impegno intellettuale condiviso. Si legge in una lettera datata 8 agosto 1920: “Amore mio caro, bimba mia buona, Beatrice, vieni”, con chiari riferimenti all’opera di Dante Alighieri, tanto che la prima rivista giovanile si intitola proprio “Energie Nove” a cui Piero invita Ada a collaborare fin da subito.
Ada era figlia di un padre di origine svizzera e di una madre di origine bosniaca, non era dunque torinese doc ma era piuttosto pronta ad aprirsi nella relazione attraverso la mediazione tra culture secondo un cosmopolitismo dal basso, non elitario, che era nell’aria tra i giovani in quegli anni, se si pensa ai gruppi giovanili Acdg-Ucdg, in cui vi erano tanti valdesi ma anche cattolici, che avevano rapporti internazionali e che si contrapponevano nettamente al clima repressivo che andava instaurandosi con il fascismo.
Quello tra Ada e Piero è un amore adolescente che entra nella vita adulta, con le tappe tipiche dell’epoca: il matrimonio e la nascita del figlio Paolo. È dunque una vita “normale”. La sua straordinarietà ed esemplarità è la capacità di far fronte alle avversità della vita, e di sopravvivervi. Ma è anche un amore “sovversivo” nel senso che sovverte qualsiasi stereotipo, è all’insegna del kairos non del chronos. In un tempo brevissimo, quasi un lampo, i due giovani colgono il momento opportuno per immaginare il cambiamento verso il bene comune, attraverso i libri, l’editoria e i dibattiti. È un amore che ricomprende i tanti significati della parola: dal desiderio erotico degli amanti, all’amore agapico disinteressato e comunitario, fino all’amicizia che ha una valenza anche politica. Forse è proprio l’amicizia la chiave di lettura più audace nei tempi bui della repressione o in tempo di guerra, quella che salva dalla violenza e dalla tragedia e consente di ricominciare anche quando il flusso della vita si interrompe. L’amicizia come valore, come rete di protezione, non solo come pratica quotidiana.
Si tratta di un fuoco che non può essere spento, nemmeno dalla morte. È il fuoco della libertà, dell’amore del prossimo e della democrazia, un lascito che tocca a noi ravvivare ogni giorno. Nelle scienze umane e sociali è nato un nuovo termine “condividuo” (Remotti, ‘Somiglianze’ Laterza 2019) che esprime quella possibilità di condivisione lenta e progressiva tra persone autonome e indipendenti che non rimangono distanti nella loro diversità, né si fondono nella loro uguaglianza, ma mantengono viva la somiglianza, valorizzando le differenze, rendendole motivo di incontro e confronto, all’insegna dell’interdipendenza. Nell’impegno successivo Ada saprà circondarsi di tante persone, fondando a sua volta riviste importanti per costruire la socialità dal profondo delle relazioni familiari e sociali, come il “Giornale dei genitori”, che si inscrive pienamente in quella società democratica uscita dalla Resistenza, che era stata immaginata, pensata, raccontata fin dalle iniziative gobettiane degli anni precedenti.
Nel nuovo libro curato da Pietro Polito, ‘La democrazia da fare’ (Einaudi 2026), si legge: “Gobetti e Matteotti sono due esempi di resistenza e di critica al potere. La loro esemplarità non è artificiosa e, più che un modello da replicare o imitare superficialmente, essi rappresentano per noi un incontro, un incrocio, una sorta di crocevia, se non un contagio che scuote le nostre abitudini e libera energie di libertà e di liberazione”.