«La democrazia non si costruisce con i bombardamenti»
Le reazioni degli organismi ecumenici alla situazione in Iran e nel Medio Oriente
Il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Cec) ha espresso profonda preoccupazione e condannato gli attacchi militari condotti da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, nonché la successiva escalation e le rappresaglie che si stanno rapidamente espandendo in tutta la regione.
«Questa pericolosa spirale di violenza mette a rischio immediato milioni di civili, mina la sicurezza regionale e internazionale e minaccia la già fragile stabilità economica e sociale in tutto il Medio Oriente», ha affermato il segretario generale del Cec, il pastore Jerry Pillay. «L’intensificarsi delle ostilità mette in pericolo vite umane, interrompe le infrastrutture essenziali e accresce la paura e l’incertezza tra i popoli che hanno già sopportato prolungata instabilità e conflitti».
Pilay ha ribadito che le controversie tra gli Stati devono essere risolte attraverso il dialogo, la consultazione e il rispetto del diritto internazionale. «Il confronto militare e l’escalation delle rappresaglie non possono portare sicurezza o pace sostenibili», ha affermato. «Al contrario, moltiplicano la sofferenza e aumentano il rischio di una più ampia deflagrazione regionale dei conflitti, con conseguenze globali imprevedibili».
Il Cec ha chiesto l’immediata cessazione di tutte le azioni militari; protezione delle popolazioni civili e delle infrastrutture critiche in conformità con il diritto internazionale umanitario; ripresa urgente dell’impegno diplomatico e del dialogo politico attraverso meccanismi internazionali e regionali consolidati; e sforzi internazionali coordinati per prevenire un’ulteriore escalation e ripristinare la stabilità.
«Il Consiglio ecumenico esprime la sua solidarietà e preghiera a tutte le persone e le chiese della regione», ha affermato ancora Pillay. «Esortiamo i leader politici ad agire con moderazione, responsabilità e un rinnovato impegno per la risoluzione pacifica delle controversie».
Pilay ha sottolineato infine che la strada da seguire deve essere quella della de-escalation, del dialogo e del rispetto della dignità umana: «La violenza non garantirà il futuro della regione; solo giustizia, responsabilità e un impegno diplomatico costante possono gettare le basi per una pace duratura».
Anche la Comunione mondiale di chiese riformate (Wcrc) è intervenuta sulla crisi in corso in Medio Oriente con una dichiarazione che si apre ricordando come «Di fronte all’escalation di violenza in Medio Oriente, alziamo la nostra voce con urgenza e chiarezza morale: la guerra deve finire immediatamente. Chiediamo un cessate il fuoco immediato e incondizionato. I bombardamenti devono cessare. La distruzione deve cessare. Il ciclo di rappresaglie deve cessare.
Nessun obiettivo politico, nessuna pretesa di sicurezza, nessuna invocazione della storia può giustificare l’incessante perdita di vite umane, la devastazione delle comunità o il trauma collettivo che ora travolge la regione. Ogni bomba che cade seppellisce non solo i cadaveri, ma anche la fragile speranza di pace».
La dichiarazione cerca poi di fornire una cornice agli ultimi sviluppi: «L’attuale catastrofe non è priva di storia. Affonda le sue radici nella lunga ombra della manipolazione coloniale, nelle lotte globali per il potere e il controllo delle risorse e nei ripetuti interventi esterni che hanno trattato la regione come un teatro di interessi strategici piuttosto che come una patria di popoli con dignità e diritti. Questi modelli, aggravati da un governo autoritario e dalla strumentalizzazione della religione per fini politici, hanno aggravato la sfiducia e l’instabilità.
La democrazia non si costruisce con i bombardamenti. La sicurezza non si ottiene con i missili. La giustizia non può nascere dalla punizione collettiva. La guerra non guarisce le ferite, le moltiplica».
Segue una confessione di fede: «Confessiamo la nostra fede nel Dio della vita, non nel dio della guerra. Il Dio che adoriamo si schiera dalla parte degli oppressi, ascolta il grido dei feriti e giudica l’arroganza di coloro che credono che la violenza garantirà il loro futuro. La pace non è il silenzio del cimitero, è il frutto della giustizia, della responsabilità, della dignità e del riconoscimento reciproco».
Da qui l’appello finale: «Invitiamo pertanto tutte le parti a riprendere immediatamente il dialogo. Invitiamo la comunità internazionale ad agire responsabilmente e a dare priorità alla de-escalation militare. E invitiamo le nostre Chiese membro in tutto il mondo a pregare, a promuovere e a incarnare la pace di Cristo con parole e azioni.
La visione del profeta è ancora davanti a noi: spade trasformate in vomeri. Strumenti di morte trasformati in strumenti di vita. Questo non è ingenuo idealismo. È la richiesta di Dio alla storia. Che possiamo avere il coraggio di insistere su questo».