Gli Usa sono ancora la terra dei sogni?
Premiata ai BroadwayWorld Off-Off Broadway Awards come migliore attrice, miglior produzione, miglior spettacolo per “Rip Jabari, You Would Have Loved The Apple Dance”: incontriamo Arianna Wellmoney
Abbiamo raggiunto telefonicamente Arianna Wellmoney, alias Arianna Guelmani, recentemente premiata ai “BroadwayWorld Off-Off Broadway Awards” come migliore attrice, miglior produzione, miglior spettacolo per Rip Jabari, You Would Have Loved The Apple Dance (premiato anche il regista, Bradly Valenzuela, mentre hanno ricevuto la nomination i due attori co-protagonisti, Christian Prins Coen e Kiamba Doyling).
Il suo percorso ci ha incuriosito e vorremmo anche avere un suo sguardo dagli Usa… ma innanzitutto le chiediamo di raccontarci di sé, del percorso che l’ha portata a diventare attrice, autrice, produttrice teatrale nella città per antonomasia della cultura e dell’arte negli Stati Uniti, New York.
«Sono nata e cresciuta a Milano e ho sempre avuto interesse per le serie tv e i film americani;
alle medie mi è venuto il desiderio di intraprendere una carriera nella recitazione, e alle superiori ho cominciato, grazie all’aiuto dei miei genitori, a fare lezioni di recitazione, poi facevo qualche cortometraggio con le mie amiche di scuola.
A 18 anni ho fatto l’audizione all’American Academy of Dramatic Arts, una scuola di recitazione di due anni a Manhattan, che ho potuto frequentare con l’aiuto dei miei genitori e due borse di studio. Due anni intensi, con lezioni cinque giorni alla settimana, dalla mattina alla sera, di recitazione (film e teatro), canto, ma anche altre cose, come yoga.
Dopo qualche anno dalla laurea mi sono lanciata a scrivere spettacoli, e adesso ho la mia compagnia, la Wellmoney Productions, per cui scrivo spettacoli che mettiamo in scena in diversi teatri a Manhattan, e vorremmo anche cominciare a fare dei film».
Il tuo ultimo spettacolo è su Roku, la principale piattaforma di streaming negli Stati Uniti, e alcune parti sono state proiettate su uno schermo a Times Square: una bella soddisfazione!
Ma New York permette di affermarsi partendo da zero, senza essere “figli d’arte”?
«Arrivare da una scuola di recitazione è probabilmente il modo più facile di entrare almeno nel “sistema”, perché vivi con i tuoi compagni, crei dei gruppi, dei legami che possono durare anni, e poi a scuola ti insegnano come prepararti, come fare le audizioni, su quali siti mettere le tue foto, che aspetto deve avere il tuo sito, come gestire l’inizio di una carriera.
Ho incontrato diverse persone che magari si erano trasferite da un altro Stato degli Stati Uniti, non conoscevano nessuno, non sapevano con chi parlare: la scuola di recitazione mi ha dato tutti gli strumenti».
Hai parlato della Wellmoney Production: come nasce questo cognome d’arte, che richiama il tuo cognome, Guelmani?
«Innanzitutto vorrei dire che sono molto fiera del mio cognome, anche perché non è molto diffuso! Però quando ero piccola lo storpiavano dovunque, a scuola, al campo estivo, con tutte le variazioni che potete immaginare.
A 17-18 anni, in un episodio di Monk, una delle mie serie tv preferite, ho visto un personaggio, Wellman o qualcosa del genere. Ho pensato: è facile da leggere, potrei usarlo come nome d’arte, Arianna Wellman! Poi mi è venuto in mente “Wellmoney”, che richiama “Guelmani”, e un po’ per scherzo ho cominciato a usarlo su Facebook, poi quando ho iniziato la mia carriera, come email e per il mio sito Internet….
Questo, oltre al fatto di avere i capelli tinti biondi e di aver lavorato tanto sulla dizione, mi ha aiutata molto anche a non essere messa nella categoria “italiani”: raramente ho fatto ruoli “da italiana”… Poi, quando mi chiedono l’origine di questo nome, posso raccontare la mia storia… ma in questo modo posso “proteggere” il mio cognome dalle storpiature!».
Ma veniamo al tuo spettacolo, Rip Jabari, You Would Have Loved The Apple Dance: una storia particolare, ci racconti come è nata?
«È uno spettacolo che parla di perdita, di memoria e di come la tecnologia entra nelle nostre relazioni più intime. 40 anni fa, quando ti moriva qualcuno di caro, non vedevi le foto su Facebook ogni cinque giorni che ti ricordavano che quella persona era morta… a me è successo quando ho perso mio nonno, qualche anno fa, e mi dava davvero fastidio! Quindi la storia nasce da domande come: cosa succederebbe se potessimo continuare a interagire con chi non c’è più?
È la storia di Chiara e Elijah (interpretati da me e da Christian Prins Coen), che vincono su Instagram un robot con le sembianze del loro ex coinquilino e migliore amico, Jabari, morto di recente. Tutte le informazioni che questo robot ha nel suo server vengono dal telefono di Jabari, i suoi dati anagrafici, le nostre conversazioni e messaggi, video, foto… Quindi il robot vive con noi, ma è una convivenza molto strana, perché il robot è lì per rimpiazzare Jabari, però noi sappiamo che lui è morto…».
È un’idea molto bella, attuale, su interrogativi che l’umanità si fa da sempre. Ci sarà una evoluzione di questo spettacolo?
«Sia persone nel cast, sia spettatori e amici desideravano vedere una continuazione di questo spettacolo, così ho pensato di trasformarlo in una serie di episodi per YouTube, piuttosto che farlo diventare uno spettacolo più lungo, un cortometraggio o un lungometraggio».
Un paio di domande sulla situazione politico-sociale, partendo dalla città in cui vivi e lavori. Hai notato dei cambiamenti da quando sei lì, senti un clima diverso?
«New York è un po’ cambiata da quando sono qui… principalmente, secondo me, per i social: ci sono tantissimi influencer che si trasferiscono in alcuni quartieri (ho notato la stessa cosa a Milano) in un processo di gentrificazione. Per esempio, io abito a Harlem; la maggior parte sono afroamericani, latini o afrolatini, ma molti bianchi arrivano da altri stati degli Stati Uniti, magari perché hanno visto dei video su TikTok, e non sono abituati alle grandi città, quindi magari i vicini di casa latinoamericani fanno il barbecue sul marciapiede, o mettono la musica alta, e loro chiamano la polizia… ma alla fine queste sono famiglie tranquille, vogliono solo fare un po’ festa. Quindi c’è sempre un po’ di tensione tra le persone che si trasferiscono qua, proprio perché vogliono cambiare la cultura della città, che va bene fino a un certo punto…
C’è stata ancora più tensione negli ultimi anni con l’ex sindaco Eric Adams, che da ex poliziotto ha aumentato tantissimo la presenza della polizia nelle strade, nelle metro, ma alla fine la sicurezza non è aumentata, perché investendo soldi nella polizia non previene il crimine, semplicemente lo punisci o cerchi di punire il crimine dove non c’è».
E invece con Zohran Mandani? Giovane, socialista, musulmano… che ha giurato sul Corano, un fatto che qui in Italia ha creato scalpore…?
«C’è un clima un po’ più di speranza, l’idea di voler risolvere i problemi alla radice, prevenire incidenti nella metro aiutando le persone che hanno problemi mentali o senzatetto, piuttosto che punire, metterli in galera o dare multe. Sotto quel punto di vista sono proprio contenta, poi sicuramente è una persona concentrata anche a ridare i soldi alle arti, purtroppo di recente i fondi sono stati tagliati molto, e quindi i teatri e le compagnie ne hanno risentito tanto.
Riguardo al giuramento sul Corano, onestamente non ho sentito niente di negativo, perché qui la libertà religiosa è una realtà quotidiana e il gesto che lui ha fatto secondo me non toglie niente a nessuno, ha affermato il diritto di essere se stesso e di essere fiero delle proprie origini. Le persone che ho visto più scandalizzate sono state i politici più anziani o le persone in Italia…».
Ampliando lo sguardo agli Stati Uniti… stai facendo il percorso per ottenere la green card, il permesso “perenne” di stare negli Stati Uniti. Con una battuta: ne sei proprio sicura?
«È normale avere qualche timore; innanzitutto non è un paese semplice, le regole non sono mai prevedibili, per esempio io parallelamente alla Green Card (che necessita di molta documentazione) sto rifacendo il Visto per la quarta volta, e ci sono cose che tre anni fa erano diverse…
Spero che le cose migliorino in qualche anno, però se una persona ha un progetto chiaro, che non può realizzare nel proprio paese, venire qui anche solo per qualche anno può essere un’esperienza che ti forma. Se a una persona basta lavorare come attore, che sia Londra, Parigi o New York, è giusto che tenga in mente il clima statunitense, però io voglio lavorare negli Stati Uniti, con gli attori che vedevo in televisione da piccola: l’importante è scegliere consapevolmente…».
Ascolta l’intervista: