«Mar Mediterraneo terra di nessuno: le tante (non) narrazioni del ciclone Harry»

Nella chiesa valdese di Reggio Calabria, domenica 22 si è tenuto un partecipato incontro di mobilitazione della società civile: per non limitarsi a contare i cadaveri, ma agire, a partire da un appello alle istituzioni

 

Chiesa valdese di Reggio Calabria: una lunga serata, domenica 22 febbraio, ha riunito non solo la comunità che di solito frequenta il culto domenicale tardo pomeridiano, ma tante altre persone, che in parte si sono unite al culto, in parte si sono aggiunte, come ci racconta la diacona Monica Natali, all’iniziativa svoltasi a seguire, tra le 18,30 e le 20: «Mar Mediterraneo terra di nessuno: le tante (non) narrazioni del ciclone Harry».

Persone dalle fedi, culture e provenienze più diverse, che hanno voluto condividere un’azione pensata e organizzata ben prima che le cronache cominciassero a parlare delle centinaia e centinaia di persone che nei giorni in cui infuriava l’uragano Harry, sono partite dalle coste tunisine trovando una morte assolutamente prevedibile.

 

Spiega Natali: «Abbiamo studiato questo evento non adesso, che se ne comincia a parlare davanti all’evidenza dei cadaveri restituiti dal mare alle nostre spiagge, ma immediatamente dopo il ciclone, confrontandoci quasi quotidianamente con le varie realtà del territorio. In quei giorni fu chiaro, da fonte per niente mainstream, che era successo un disastro, di cui ovviamente nessuno parlava: quindi è stato un evento costruito e voluto a più voci, da una vera e propria rete».

 

Perché organizzare questo momento?

«Per l’urgenza e la necessità di ritrovarci e offrire uno spazio di informazione corretta, di confronto e di testimonianza da parte di chi opera quotidianamente in territori e in contesti migratori, di chi fa della memoria non semplice azione passivizzante e commemorativa, ma azione, denuncia, lotta», spiega Natali.

Cittadine e cittadini senza sigle, non solo da Reggio, ma da Palmi, San Ferdinando, Rosarno, Villa San Giovanni, Messina, che vogliono mettere gratuitamente la loro esperienza al servizio di una causa comune. Primo passo, la stesura e la firma di un “Appello della cittadinanza calabrese e siciliana riunita a Reggio Calabria”, che, spiega Natali, «non è solo denuncia o indignazione, ma richiesta concreta alle istituzioni; è lotta partecipata “dal basso” per chiedere verità, giustizia, umanità. Perché sappiamo, nonostante tutto, immaginare altri mondi possibili».

 

L’obiettivo ora è di rendere questo appello virale: «È davvero importante – ribadisce la diacona – perché a differenza di appelli o iniziative a firma di grosse organizzazioni ed entità, nate un po’ dall’alto, questa è veramente un’iniziativa nata dal basso, dalla Chiesa valdese di Reggio Calabria unitamente all’Ostello Dambe So, avamposto di Mediterranean Hope/Fcei nella Piana di Gioia Tauro, a La coperta della memoria (Palmi), a Abarekà Nandree OdV (Messina). Questo incontro ha saputo raccogliere cittadini e cittadine, presenti non come sigle, ma come persone che non vogliono accettare la barbarie quotidiana e la deriva criminogena della fortezza Europa.

 

Come si legge nel documento, si chiede l’intervento delle istituzioni «per attivare ogni procedura al fine del riconoscimento dell’identità dei cadaveri recuperati in mare (mappatura del DNA), così come l’impegno conseguente a rintracciare le loro famiglie e a procedere con la sepoltura dei corpi: che non sono “numeri”, ma persone vittime di un sistema omicida; una sepoltura che preveda, in assenza di un nome, almeno la presenza di un simbolo che le riconosca, che le identifichi e che le renda “pietre di inciampo” per la società civile tutta».

Conclude Natali: «Questo argomento merita davvero un’altra riflessione, un’altra prospettiva. Queste mille persone (come le migliaia di altre di cui non si parla più, nella totale assuefazione) non sono state uccise dal ciclone Harry, dal maltempo o dal mare, sono state uccise, e vengono quotidianamente uccise, dalle nostre frontiere».