Mille nomi che non sapremo mai

Il Mediterraneo continua a restituire corpi. I governi continuano a tacere. E noi continuiamo a chiamarlo confine: fino a quando?

 

C’era una donna che sapeva fare il pane. Non lo so con certezza. Non lo sa nessuno. Ma da qualche parte, prima di salire su quella barca, qualcuno ha fatto un gesto ordinario per l’ultima volta. Ha impastato, ha cucito, ha abbracciato un figlio. Poi ha attraversato il buio, e il buio l’ha tenuta.

Il mare ha cominciato a restituire quello che il buio non riusciva più a trattenere l’8 febbraio, su una spiaggia di Scalea, in Calabria. Una coppia con il cane ha trovato qualcosa che sembrava un ammasso di detriti. Era una persona.

Nei dieci giorni successivi il mare ne ha restituite altre. Ad Amantea il 12 febbraio. A Paola il 17. A Tropea, sempre il 17, due corpi avvistati da un gruppo di studenti mentre galleggiavano tra le onde di fronte alla spiaggia Le Roccette. Il comandante della Guardia Costiera Giuseppe Durante si è gettato in acqua per recuperarli. Ha detto: «Ho riconosciuto il salvagente arancione, sono gli stessi che usano i migranti».

 

Nel frattempo, dall’altra parte del Canale di Sicilia, il mare ne restituiva altri undici. Cinque a Pantelleria, sulle scogliere e in acqua. Uno a Marsala, ancora con il giubbotto addosso. Uno a Petrosino. Uno a San Vito Lo Capo. Uno davanti all’isolotto della Colombaia, a Trapani. E altri ancora lungo il Vibonese, senza una localizzazione precisa.

Il bilancio, al 18 febbraio, è di almeno quindici corpi. Irriconoscibili. Senza nome.

 

La matematica del silenzio. Secondo “Mediterranea Saving Humans”, la strage si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio, durante il ciclone Harry. Venti a 150 chilometri all’ora. Onde superiori a sei metri. Temperatura dell’acqua intorno ai quattordici gradi: abbastanza fredda da rallentare la decomposizione, abbastanza da far sì che i corpi impiegassero settimane per risalire in superficie.

Almeno otto imbarcazioni erano state tracciate alla partenza dai sistemi Inmarsat. Poi sono sparite dai radar. Nessuna operazione Sar [Search and Rescue – Ricerca e Soccorso] risulta completata dal Maritime Rescue Coordination Centre [Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo] di Roma o da quello maltese. Secondo “Refugees in Libya”, le persone scomparse in quel periodo potrebbero essere mille. La stima è costruita sugli allarmi delle famiglie che non hanno più ricevuto telefonate.

 

Mille. Non una cifra astratta: mille storie che si sono fermate su quell’acqua.

Il Viminale, qualche giorno dopo, ha comunicato che gli sbarchi di gennaio 2026 sono calati del 58% rispetto all’anno precedente. Millenovecentotrentotto arrivi contro quattromilaquattrocentodue. Il Ministero ha chiamato questo dato un successo. L’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, nello stesso periodo, ha contato oltre 450 morti nel solo mese di gennaio: tre volte il dato di gennaio 2025.

La distanza tra queste due comunicazioni non è tecnica. È morale.

 

Quello che è successo a Tropea. I ragazzi che hanno chiamato il 113 stavano probabilmente aspettando la campanella. Hanno visto qualcosa galleggiare tra le onde e hanno fatto quello che si fa quando si vede una cosa che non dovrebbe essere lì. Hanno chiamato i soccorsi.

Il comandante Durante ha nuotato tra le onde per raggiungere quello che restava di un uomo. Le onde lo hanno ripreso più volte. Solo quando la corrente lo ha spinto verso riva è stato possibile portarlo a terra. A causa della forza del mare, sulla spiaggia è arrivata solo una parte del corpo.

Quegli studenti hanno visto qualcosa che nessun adolescente dovrebbe vedere. Qualcosa che nessuno dovrebbe poter ignorare.

 

Il giorno della sentenza. Il 18 febbraio 2026, mentre il Mediterraneo restituiva i suoi morti, il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Ong “Sea Watch” per oltre 76.000 euro. Il fermo della nave Sea Watch 3, nel 2019, era illegittimo. Era la nave di Carola Rackete, quella che aveva forzato il blocco navale di Lampedusa per far sbarcare quarantadue persone.

La portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, ha dichiarato: «Mentre sulle coste italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo individua ancora nelle Ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall’altra parte». Nello stesso giorno Marco Grimaldi, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, ha detto che quei corpi «non sono una fatalità ma il risultato diretto di politiche che trasformano il Mediterraneo in un confine di morte».

Due dichiarazioni, un solo fatto: qualcuno ha scelto che andasse così.

 

La domanda che rimane. Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani hanno aperto fascicoli contro ignoti per omicidio colposo plurimo. Il procuratore di Paola Domenico Fiordalisi ha dichiarato di non avere ancora elementi per collegare i ritrovamenti a un unico naufragio. Le autopsie sono state disposte per accertare le cause di morte ed eventuali segni di violenza sui corpi.

Nella Bibbia, il libro del Deuteronomio chiede di non privare lo straniero e l’orfano del loro diritto. Non lo chiede come esortazione morale: lo chiede come statuto di comunità, come condizione per essere un popolo giusto. «Ricordati che sei stato schiavo in Egitto», dice il testo. La memoria come fondamento dell’etica.

Noi non ricordiamo. O ricordiamo per qualche giorno, poi archiviamo. Poi il mare ci restituisce i corpi e fingiamo di essere sorpresi.

Il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli ha celebrato una messa in cattedrale per le vittime dei naufragi. Le chiese, a volte, ricordano quello che gli Stati preferiscono dimenticare.

 

In fondo all’acqua

Nell’elenco dei corpi restituiti c’è una donna recuperata di fronte alla spiaggia Le Roccette di Tropea. Apparentemente una donna, dicono i giornali, perché lo stato di decomposizione non ha permesso di stabilirlo con certezza.

C’è l’uomo con il giubbotto arancione davanti all’isolotto della Colombaia.

Ci sono i due che galleggiavano a un miglio di distanza l’uno dall’altro al largo di Pantelleria, come se si fossero cercati fino alla fine.

Ci sono i bambini. Non risultano nei ritrovamenti ufficiali, perché i bambini sono più piccoli e le correnti li portano altrove, o in fondo. Ma sui barconi ci sono sempre. Ci sono sempre stati.

Sono mille. Non li conosceremo mai. Ma possiamo almeno rifiutarci di smettere di parlarne.

 

Ricordatevi i nomi che non sapremo mai.

 

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A completare il quadro dell’articolo nei giorni scorsi i giudici di Catania hanno sospeso il provvedimento di fermo di 15 giorni e la relativa multa per un’altra imbarcazione, la Sea Watch 5, blocco scattato dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone (compresi due bambini) lo scorso 25 gennaio. Un provvedimento cautelare, in attesa dell’udienza fissata il 2 marzo. Dall’introduzione nel 2023 del decreto anti-ong che porta il nome del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sono stati disposti 38 provvedimenti di fermo in diverse città. La maggior parte risultano sospesi o annullati.

 

Intanto domenica 22 si è svolta al largo di Trapani, a bordo della nave “Safira” della Ong Mediterranea, una cerimonia di commemorazione delle vittime degli ultimi naufragi. Una messa cattolica, una preghiera islamica e un testo della società civile, «per abbracciare – spiega don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea- chi giace in fondo al mare, per ricevere con misericordia e rispetto chi raggiungerà le nostre coste senza vita. Chiediamo a Dio e al mare di perdonarci per questa atrocità». (NDR)