Ceppa e Habermas: una liaison

Intervista al decano dei traduttori del filosofo e sociologo tedesco

 

«Negli ultimi vent’anni Habermas ha insistito sulla necessità di ripensare la democrazia in senso post-secolare. Da un lato, sulla necessità di includere anche i credenti e le ragioni dei credenti nei dibattiti della sfera pubblica, superando così un concetto di laicità ormai datato, e dall’altro sottolineando la necessità del principio di traduzione, ovvero, la necessità da parte dei credenti di tradurre le loro ragioni in termini che fossero comprensibili anche a chi non condivideva il fondamento metafisico. Una chiave importante anche per capire molti dei conflitti contemporanei». Debora Spini (membro della Commissione Studi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e professoressa di filosofia politica e sociale nota per le sue ricerche sulla teoria critica e sull’analisi dello spazio pubblico) ha aperto domenica scorsa la rubrica “Tra le parole” introducendo la figura e il pensiero di Jürgen Habermas, filosofo, storico e sociologo tedesco, classe 1929, che ha cavalcato la tradizione della teoria critica con un approccio filosofico-sociale interdisciplinare. 

 

Il pensiero di Habermas mira a smascherare le contraddizioni e le forme di dominio nelle società avanzate. Nella sua ultima opera, una trilogia ancora in corso di pubblicazione e tradotta in italiano con il titolo Una storia della filosofia, Habermas è entrato nella «Costellazione occidentale di fede e sapere» dedicando gran parte del poderoso testo al riformatore e teologo Lutero.

 

Negli studi Rai di Torino domenica scorsa c’era Leonardo Ceppa, decano dei traduttori di Habermas e già professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, autore, tra gli altri di Habermas, le radici religiose del moderno e de Il diritto della modernità, saggi habermasiani. Tra le sue traduzioni citiamo appena L’inclusione dell’altro (che quest’anno festeggia i trent’anni di pubblicazione) e Multiculturalismo

 

«A Torino la Scuola di Francoforte era nota – ha esordito Ceppa –. L’editrice Einaudi aveva dato alle stampe la traduzione di Adorno: Minima moralia. Quando andai in Germania come professore ospite a studiare con Habermas, fui sorpreso di scoprire che l’esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte non facesse riferimento ai grandi autori degli anni Venti: Adorno, Horkheimer, ma ad autori americani come Amartya Sen, Martha Nussbaum, Charles Taylor. Il motto che “girava” allora tra i seminaristi di Habermas era “Dobbiamo fare un funerale di prima classe ad Adorno per poi fare la nostra filosofia”. La Scuola di Francoforte esiliata in America era pessimista e teorizzava il crollo dell’Occidente; la filosofia di Habermas no. A Torino i nostri riferimenti erano Rosa Luxemburg e il marxismo. A Francoforte, si studiava Alasdair MacIntyre che nel suo Dopo la virtù riteneva che il linguaggio morale contemporaneo fosse in uno stato di grave disordine, un diluvio capace di sconvolgere tutte le scienze naturali e che noi galleggiando dopo il diluvio avremmo dovuto tornare all’etica aristotelica delle virtù basata su pratiche comunitarie e a una concezione teleologica della vita buona. Il problema per Habermas non era dunque la “lotta di classe” ma la modernità». 

 

– In un libro del 2017, Habermas. Le radici religiose del moderno, lei afferma che le religioni sono depositi di senso per rendere aperti gli orizzonti della storia oltre il nichilismo postmoderno e l’ideologia di un progresso fatale…

«Quell’idea è alla base della democrazia e si è sviluppata contrapponendosi all’idea di giustizia dei nichilisti contemporanei: penso a Nuval Noah Harari, quando afferma: “l’Homo sapiens conquista il mondo; l’Homo sapiens dà un senso al mondo; l’Homo sapiens perde il controllo”. Il pericolo risiede nell’algoritmo, nell’intelligenza artificiale, il timore è che quel tipo di controllo possa sostituire l’uomo mettendosi alla guida del progresso e della storia. L’algoritmo può esercitare un diritto egemonico, di forza. Habermas promuove invece l’idea di una giustizia basata sul diritto costituzionale».

 

Consiglierebbe alle giovani generazioni di entrare nel mondo delle traduzioni e, se sì, perché? «La traduzione è fondamentale perché abbatte le barriere linguistiche e culturali, permette la circolazione globale di idee e conoscenze, diffonde la letteratura. È stato possibile tradurre Isaia, tradurre la Bibbia, oggi è possibile leggere Agostino in tutto il mondo. Quando uscì L’inclusione dell’altro fece un gran scalpore perché il pensiero di Habermas smontava le basi teoriche del decisionismo e della teologia politica di Carl Schmitt con un modello di democrazia deliberativa basato sull’agire comunicativo e dove le norme sono legittimate dal discorso pubblico e dal consenso tra liberi e eguali. La filosofia di Habermas, oggi come allora, ci aiuta a osservare il mondo che abitiamo».

 

«Tra le parole» a cura di Gian Mario Gillio è andata in onda domenica 15 febbraio per il «Culto evangelico», trasmissione (del Giornale Radio) di Rai Radio1 a cura della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. Per riascoltare il programma è possibile collegarsi al sito: www.raiplaysound.it.

 

 

Foto di Európa Pont, Habermas