A 84 anni si è spento il pastore battista. Dall’impegno con Martin Luther King alla Rainbow Coalition
Era il più giovane dei testimoni che alle ore 18.01 del 4 aprile del 1968, sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, Tennessee, assistette all’omicidio di Martin Luther King. Aveva soltanto 27 anni. ma si era guadagnato una solida fama di leader guidando a Chicago una delle azioni nonviolente più importanti messe in campo dal Civil Rights Movement: la Breadbasket Operation, l’operazione “borsa della spesa”.
In estrema sintesi era una forma di boicottaggio delle fabbriche e dei negozi che, pur assumendo operai o commessi afroamericani, li pagavano assai meno dei bianchi. Nella Chicago della metà degli anni ’60, il razzismo non aveva le forme brutali che si registravano negli Stati del Sud, ma vigeva comunque un “sistema” di norme non scritte che condannava gli afroamericani alla marginalità ed allo sfruttamento lavorativo.
Jesse Jackson, al centro, in una manifestazione del 1973
Erano anche gli anni del Vietnam, quelli in cui il pastore Martin Luther King iniziava a denunciare gli effetti di una guerra perversa e immorale che, mentre mandava i neri a combattere a migliaia di chilometri di distanza da casa loro, a casa loro li privava di elementari diritti come quello al voto, finalmente riconosciuto soltanto nell’agosto del 1965, dopo anni di marce e mobilitazioni nonviolente.
Originario del South Carolina, il giovane Jackson, di fede battista, si era trasferito al Nord per frequentare il Chicago Theological Seminary, ma non completò mai i suoi studi. Eppure, per tutti era il “reverendo Jackson”, un pastore che si era guadagnato il suo titolo predicando più sulle strade che nelle chiese e, soprattutto, lavorando per la Southern Christian Leadership Conference (SCLC),l’organismo istituito da King nel 1957 dopo la vittoria della battaglia per la desegregazione degli autobus a Montgomery, in Alabama.
Inviato in missione a Chicago, Jackson organizzò il boicottaggio delle fabbriche – tra di esse alcune ditte che imbottigliavano per la Pepsi Cola e la Coca Cola – dei negozi e dei supermercati che sottopagavano i neri, mobilitando le chiese locali. All’uscita del culto, ogni partecipante riceveva la lista delle ditte da boicottare. Gli effetti si videro a breve e nel 1967 la campagna aveva raggiunto l’obiettivo di alzare le entrate complessive della comunità afroamericana di 15 milioni di dollari, risultato al ai quale si aggiungevano 2000 nuovi posti di lavoro.
La locandina del film documentario del 1969 sull’operazione Breadbasket,
Il sodalizio con King si fece più forte e il giovane – ed anche carico di ambizioni – Jackson divenne uno dei leader più noti e riconosciuti del Civil Rights Movement. Morto King, le cose cambiarono, sia nel movimento che nella SCLC, e il reverendo preferì darsi alla carriera politica.
La sua grande intuizione fu quella di creare un’alleanza politica inclusiva, la Rainbow Coalition, che andasse oltre il black vote e coinvolgesse diversi spezzoni della frammentata società americana: bianchi poveri, altre minoranze etniche, femministe, gay e così via.
Eravamo negli anni ’80, in piena era Reagan, e il programma di Jackson apparve troppo radicale anche ai democrats che, nelle primarie per le presidenziali del 1984 e del 1988 gli preferirono Walter Mondale, prima, e Mike Dukakis, dopo: personaggi sbiaditi, centristi e moderati negli anni in cui si compiva la rivoluzione conservatrice della Reaganomics, accompagnata e benedetta da frotte di telepredicatori evangelical della Moral Majoritiy e di analoghe associazioni della Destra religiosa che, per la prima volta, venivano formalmente riconosciute ed invitate nell’Ufficio ovale della Casa Bianca.
Il radicalismo politico e teologico di Jackson non intercettava lo spirito del tempo, ma quelle due esperienze elettorali non furono inutili. Il successo della campagna presidenziale di Barack Obama nel 2008, fortemente “inclusiva”, deve più di qualche intuizione allo spirito della Rainbow Coalition di Jesse Jackson.
Negli anni a seguire il reverendo continuò a guidare campagne contro la povertà e per i diritti umani, guadagnandosi un’autorevolezza bipartisan: da qui una serie di missioni internazionali ufficiose per conto del governo americano in Siria, Venezuela, Irlanda del Nord, Cuba, Serbia, Kenya, come possibile mediatore nel corso di conflitti anche drammatici.
Con lui se ne va un altro pezzo di quell’America che rivendicava la sua tradizione cristiana non come una bandiera identitaria e nazionalistica, ma come vocazione e sfida a costruire un paese migliore.