La Calabria affonda, e nessuno guarda
Prendersi cura del territorio non è un lusso: è l’atto politico più urgente che questo Paese possa compiere verso il suo Mezzogiorno
Mentre scrivo, il ciclone Oriana si abbatte sulla Calabria. È il terzo evento estremo in meno di un mese, dopo Nils e prima ancora Harry, che a gennaio ha provocato danni stimati in 741 milioni di euro nella sola regione. Le raffiche superano i cento chilometri orari, i fiumi rompono gli argini, le frane isolano intere comunità. Ma sui telegiornali nazionali, questa sera, si parlerà d’altro.
«Il giornalismo è diventato spettacolo», mi dice Carlo Tansi, geologo del CNR ed ex direttore della Protezione Civile calabrese. «Niscemi ha attirato l’attenzione perché le case si sbriciolavano in diretta. È lo spettacolo del macabro che cattura i media, come quando ci si ferma a guardare un incidente stradale». Tansi ricorda Cavallerizzo, 2005: i giornalisti arrivarono da tutta Italia perché la frana faceva “buona televisione”. Poi, come sempre, se ne andarono.
I numeri raccontano una catastrofe invisibile. Il ciclone Harry, tra il 19 e il 21 gennaio, ha devastato Calabria, Sicilia e Sardegna con danni complessivi superiori ai due miliardi di euro. Il Busento è esondato nel cuore di Cosenza; il Crati ha inondato la Piana di Sibari sommergendo migliaia di ettari di agrumeti. A Reggio Calabria le raffiche hanno toccato i 137 chilometri orari. Ma le prime pagine dei grandi quotidiani, in quei giorni, parlavano di Sanremo.
La verità è che il disastro poteva essere contenuto. Nel 2014 fu elaborato un master plan di difesa costiera da 600 milioni di euro, un progetto sistemico con barriere soffolte e un approccio integrato. «Non era niente di inventato, è quello che si fa in molte parti del mondo», precisa Tansi. Ma dal 2014 a oggi non un solo segmento di quel piano è stato realizzato. Nessun fondo speso. Chi doveva occuparsene non ha mai avviato un progetto.
Al suo posto, la logica perversa dell’emergenza: massi buttati a mare che spostano il problema lungo la costa. «Se li metti a Paola, blocchi il flusso di sabbia e fai erodere la spiaggia a San Lucido. Ma sono lavori facili, rendono tanto, hanno pochi controlli e danno un immediato ritorno d’immagine». La cura del sintomo al posto della terapia.
La temperatura del Mediterraneo si è innalzata come non accadeva da migliaia di anni, e il contrasto con l’aria fredda genera cicloni sempre più violenti. «Prima la pioggia cadeva per dieci, venti giorni, e il suolo la assorbiva alimentando le falde», spiega Tansi. «Ora la stessa quantità d’acqua precipita in uno o due giorni. Il suolo si satura, l’acqua corre verso il mare. E paradossalmente, d’estate avremo ancora sete».
Non è fatalismo. È il frutto di scelte precise: costruzioni negli alvei, cementificazione selvaggia, tagli fino all’87% ai fondi per la prevenzione. E una narrazione mediatica che trasforma una questione di diritti civili in un racconto di commiserazione folkloristica, buono per qualche servizio con l’anziana che piange nel fango.
Quando gli chiedo cosa farebbe con una “bacchetta magica”, Tansi non esita: «Abbattere le case costruite negli alvei dei fiumi. Ridare spazio ai corsi d’acqua perché possano nutrire le spiagge. E realizzare quel piano di difesa costiera che giace nei cassetti da dodici anni».
La Calabria non ha bisogno di lacrime in diretta ma che qualcuno se ne prenda cura. La pastora Giuseppina Bagnato, alla guida delle chiese valdesi di Cosenza e Catanzaro, chiede che nasca un’azione ecumenica che sovverta la rassegnazione. “Nell’annuale Giornata Mondiale di Preghiera per la Salvaguardia del Creato, si parta da un termine chiave: riparazione. Bisogna sostenere i progetti giovanili che già riparano questa terra e che sono parte del fenomeno sociale della restanza e della tornanza. Dobbiamo costruire percorsi educativi a partire dalla prassi: intergenerazionali e pronti a una seria mobilitazione contro l’illegalità e lo sfruttamento, umano e territoriale. Anche con questi cicloni, le telecamere si accendono a intermittenza sulla tendopoli di San Ferdinando (RC). A nessuno importa che ci sia un ghetto in Calabria su cui oggi scroscia la pioggia. Da quelle tende, con i vestiti fradici d’acqua, domani qualcuno inforcherà la propria bici per raggiungere i campi delle clementine”.
Prendersi cura del territorio non è un lusso: è l’atto politico più urgente che questo Paese possa compiere verso il suo Mezzogiorno.