Morte di Moussa Balde in detenzione : condannata la gestione del CPR di Torino

ASGI e Associazione Frantz Fanon : «Un risultato contro l’invisibilità dei centri di detenzione amministrativa che vanno chiusi»

Il Tribunale di Torino ha pronunciato ieri la sentenza in merito alla morte di Moussa Balde, il giovane guineano che si tolse la vita nel maggio 2021 mentre era ristretto in isolamento nel cosiddetto “ospedaletto” del CPR di Torino.

Il Tribunale ha riconosciuto la responsabilità penale della direttrice della struttura, condannandola a un anno di reclusione (pena sospesa). L’imputata e il responsabile civile GEPSA (azienda responsabile della gestione privata del CPR) sono stati condannati al risarcimento del danno ai familiari di Moussa. Riconosciuti risarcimenti anche al Garante Comunale, ad ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) e all’Associazione Frantz Fanon, che si erano costituite parti civili. Assolto il medico responsabile per non aver commesso il fatto.

 

Il 23 maggio 2021 Moussa Balde si è tolto la vita nel Centro per il rimpatrio di Torino. Dieci giorni prima era stato selvaggiamente picchiato da tre persone all’uscita di un supermercato, a Ventimiglia.

Fuggito dalla Guinea, Balde era arrivato in Italia con un barcone nel 2017. Aveva immediatamente presentato domanda di asilo a Imperia, ma era ancora in attesa della convocazione dalla commissione territoriale che avrebbe dovuto esaminare il suo caso.

Un tempo assurdamente lungo, un limbo senza uscita. Balde aveva imparato l’italiano in pochi mesi e aveva raggiunto il diploma di terza media al centro di formazione territoriale per adulti di Imperia. Poi ancora il vuoto. Aveva anche tentato il passaggio in Francia, dalla frontiera di Ventimiglia, cittadina in cui ha vissuto negli ultimi periodi, ma era stato respinto dalla polizia francese. Avrebbe tentato ancora nella speranza di proseguire il proprio personale progetto di vita. Ma è stato pestato barbaramente da tre italiani all’uscita di un supermercato, come si vede fin troppo bene in un video girato da un cittadino. I tre sono stati condannati a due anni di reclusione ciascuno per il pestaggio.

Per lui dopo le cure in ospedale è giunto il trasferimento al Cpr di Torino, senza spiegazioni, un carcere da cui sarebbe uscito solo per vedersi rispedire in Africa. La disperazione lo ha portato alla scelta estrema di togliersi la vita. 

 

«Questa sentenza non è solo un atto di giustizia per la famiglia di Moussa, ma una denuncia politica e giuridica contro l’intero sistema della detenzione amministrativa» dichiarano l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ASGI e l’Associazione Frantz Fanon. 

«La condanna conferma ciò che denunciamo da anni: i CPR sono ferite del diritto, luoghi dove la dignità umana viene sistematicamente calpestata».

Questa sentenza premia la tenacia di quanti, associazioni e singoli,  non hanno mai smesso di denunciare le condizioni disumane del CPR di Torino.

 

Nonostante la condanna della gestione privata, ASGI e Associazione Frantz Fanon ribadiscono che la responsabilità ultima della gestione dei CPR ricade sulla Prefettura e sul Ministero dell’Interno: «La morte di Moussa è avvenuta in un sistema che manca di un regolamento chiaro e di una supervisione pubblica effettiva, trasformando queste strutture in “buchi neri” del diritto. La delega ai privati non esonera le istituzioni dal dovere di vigilanza sulla vita e sulla salute dei trattenuti». ASGI e Associazione Frantz Fanon, in attesa del deposito delle motivazioni, previsto entro 90 giorni, confermano l’impegno per l’abolizione definitiva dei CPR, strutture intrinsecamente incompatibili con i principi costituzionali.