Memoria e riconciliazione
11 febbraio 1676, 350 anni fa: l’epilogo della drammatica vicenda dei pastori riformati ungheresi venduti come schiavi a Napoli
Il ricordo dei predicatori riformati delle galee (o galere, imbarcazioni a remi) è allo stesso tempo una storia di martirio protestante e un simbolo di avvicinamento ecumenico. In occasione del 350° anniversario della loro liberazione, oggi 11 febbraio si svolge a Debrecen una conferenza incentrata sui temi della memoria, della fedeltà alla fede e del dialogo interconfessionale.
Nel 1675, re di Napoli era Carlo II di Spagna, ultimo rappresentante della casata degli Asburgo di Spagna. Regnava anche su altri territori, come la Sicilia, la Sardegna, il ducato di Milano e il resto dell’impero spagnolo. In centro Europa era ancora presente il Sacro Romano Impero, guidato da un altro Asburgo, Leopoldo I, che sommava anche il ruolo di re di Ungheria e di Boemia. Sono per lui anni di feroci battaglie con l’altra grande forza che spinge da est fino alle pianure del Danubio e oltre: l’impero ottomano.
L’Ungheria all’epoca era dunque terra contesa, divisa rispetto a oggi fra il Sacro Romano Impero asburgico e gli Ottomani.
«Prima farò dell’Ungheria una schiava, poi una mendicante e infine una cattolica», aveva affermato in quel periodo il cardinale Lipót Kolonich, arcivescovo di Esztergom, presidente della Camera di Vienna e ministro di Stato, secondo i contemporanei; e che la famigerata sentenza fosse stata pronunciata o meno, egli agì di conseguenza. Colpì il paese dissanguato dalle guerre con tasse terribili, lo trattò come una provincia conquistata e attaccò con rabbia feroce uno dei principali ostacoli ai suoi piani: le chiese protestanti.
A metà del XVII secolo, la stragrande maggioranza della popolazione ungherese era protestante. Nel 1673-74 Kolonich convocò a Bratislava, davanti al suo tribunale, centinaia di predicatori e insegnanti luterani e riformati e, sulla base di false accuse e false testimonianze li condannò tutti per slealtà, blasfemia, sedizione e alto tradimento per costringerli a rinunciare alla loro fede davanti alla minaccia della condanna a morte.
In questo contesto trecentocinquanta anni fa, proprio in quel 1675, trenta pastori e predicatori protestanti ungheresi furono venduti come schiavi delle galee (o galere) nel porto di Napoli.
Dopo la Pace di Vasvar (1664) che chiuse la quarta guerra austro-turca, la nobiltà del Paese, divisa in tre parti, si rese conto che le ambizioni assolutistiche del monarca non erano a loro vantaggio e stabilì relazioni diplomatiche con i principali nemici della dinastia, il re di Francia e il sultano turco, con l’obiettivo della secessione. I leader della cospirazione, il conte Wesselényi, Péter Zrínyi, Ferenc Nádasdy e Ferenc Frangepán, furono infine giustiziati nel 1671 per tradimento e la cospirazione fu successivamente sciolta. Questo episodio fu l’inizio della persecuzione a danno dei protestanti a livello statale, nota come Decennio di lutto. Il culmine negativo del periodo 1671-1781 fu rappresentato dai processi di Bratislava, dove centinaia di pastori, insegnanti e funzionari ecclesiastici luterani e riformati furono condannati senza processo. Ai condannati a morte fu data la possibilità di scegliere se rinunciare alla propria fede e dimettersi dalle proprie cariche o lasciare il Paese. Quarantacinque delle centinaia di predicatori e pastori riformati sotto processo scelsero la pena di morte piuttosto che abiurare. Dopo le torture in carcere, i pastori perseveranti furono condotti a piedi attraverso l’Europa fino al porto di Napoli.
8 maggio 1675
Nel porto di Napoli, i comandanti delle galee esaminano le condizioni dei prigionieri appena arrivati. Hanno vesti stracciate e sono malridotti, a malapena vivi. Sono stati condotti dai Carpazi fino a qui, in uno stato di umiliazione fisica e mentale, per essere venduti come manodopera a basso costo. Trenta di loro sono pastori protestanti di lingua ungherese. Mesi prima erano stati condannati a morte a Bratislava, ma la sentenza è stata “commutata”: sono diventati schiavi per le navi.
Nel Mediterraneo non c’è una guerra da molto tempo, quindi non ci sono prigionieri, manca “manodopera” per la navi, vanno benissimo anche persone ridotte male. Vengono tolte loro le manette e i pastori vengono condotti sulle navi, dove sono legati ai remi con catene di ferro. Vengono marchiati a fuoco con ferri roventi e i loro nomi vengono registrati in un registro dei prigionieri, noto anche come registro dei morti. La schiavitù in galea è considerata una morte lenta ma certa. È un lavoro da schiavi, infernale, che comporta venti ore al giorno di voga incessante, con le bocche imbavagliate – per impedire i lamenti – fermi, sotto costante sorveglianza. Lo stesso ci si aspettava dai predicatori ungheresi: il loro “peccato” era quello di non aver rinunciato alla loro fede riformata.
Già prima dell’esecuzione della sentenza, i prigionieri avevano iniziato a mobilitare le loro reti e a tentare di difendere i loro diritti. Ciò contribuì a diffondere la notizia all’estero. In Svizzera venne organizzata una campagna di raccolta fondi per la loro cauzione, ma il denaro non giunse a destinazione. Grazie all’intervento di Nicolas Zaffius, un pastore-dottore tedesco, anche giudici, studiosi e insegnanti vennero a conoscenza della sorte dei predicatori ungheresi. Finalmente, l’11 febbraio 1676, 350 anni fa esatti, grazie all’ammiraglio olandese Michiel de Ruyter, all’epoca alleato con una traballante unione con la Spagna in chiave anti francese, i ventisei predicatori superstiti furono rilasciati.
Lo scorso maggio una folta delegazione ecumenica ungherese si è riunita a Napoli per ricordare l’evento. Il gruppo ha anche collocato una lapide davanti alla chiesa e che verrà poi collocata nel lungomare. in questo modo Napoli avrà un monumento ufficiale ai pastori-galeotti ungheresi.
In occasione dell’anniversario, Il sito della Chiesa riformata in Ungheria ha intervistato il professore universitario Gábor Pusztai e Béla Levente Baráth, rettore dell’Università riformata di Teologia di Debrecen, dell’importanza odierna della storia dei predicatori delle galee.
«Il Memoriale di Debrecen è di per sé un luogo di memoria estremamente emozionante – racconta Pusztai-. Da un lato, commemora i martiri protestanti e, dall’altro, è anche un simbolo di ecumenismo e riconciliazione. Lo dimostra chiaramente il fatto che papa Giovanni Paolo II abbia deposto una corona d’alloro al monumento durante la sua visita a Debrecen, un gesto esemplare in termini di riavvicinamento tra le Chiese. Per questo motivo, ritengo che la commemorazione e la conferenza stessa vadano oltre l’ambito strettamente riformato. Certo, stiamo parlando di un luogo di memoria riformato, ma allo stesso tempo è anche uno spazio simbolico in cui diverse confessioni possono avvicinarsi. La conferenza è aperta a tutti: non solo ai riformati, non solo ai protestanti, ma anche ai cattolici, ai membri di altre confessioni e a chi è al di fuori della chiesa. Questo luogo di memoria è anche parte della storia della città di Debrecen, poiché il Giardino della Memoria dietro la chiesa principale è uno degli spazi iconici e simbolici della città. Ecco perché penso che questa festa e questa commemorazione appartengano davvero a tutti».
«In questa sequenza storica di eventi, non furono attaccati solo i leader intellettuali e spirituali luterani e riformati dell’Ungheria, ma attraverso di loro l’intera comunità protestante – gli fa eco Béla Levente-. I procedimenti e le sentenze del Tribunale d’urgenza di Bratislava fecero sì che le congregazioni rimanessero a lungo senza pastori. La situazione che si sviluppò minacciò l’intera comunità protestante, quindi aderire alla fede significava una presa di posizione sia individuale che comunitaria».
La storia dei predicatori delle galee non è quindi un passato chiuso, ma un’eredità viva: ci ricorda che la fedeltà alla fede è sempre una responsabilità comunitaria. La storia della sofferenza, ripercorsa in una prospettiva di 350 anni, ci offre la possibilità della solidarietà e della riconciliazione, non della divisione. Pertanto, la memoria non è solo un omaggio ai nostri predecessori, ma anche una domanda per il presente: come possiamo oggi testimoniare autenticamente la nostra fede, la nostra responsabilità reciproca e l’unità della comunità cristiana».