Forum del II Distretto. Democrazia nella società e nelle chiese

Il consueto appuntamento delle chiese metodiste e valdesi del Nord Italia è in programma a Milano sabato 21 marzo. Ne parliamo con Giovanna Vernarecci

 

Un Forum sulla «democrazia nella società e in seno alle chiese». L’indicazione scaturita dalla Conferenza 2025 del II Distretto potrebbe mettere i brividi: ora la Commissione esecutiva distrettuale, in ottemperanza al relativo atto, sta organizzando l’evento di quest’anno, in programma sabato 21 marzo alla chiesa metodista di Milano. Alla pastora Giovanna Vernarecci, membro della Ced che sta lavorando alla preparazione di questa scadenza, chiediamo innanzitutto perché il tema è tanto importante all’esterno e all’interno delle chiese?

«Penso che la richiesta della Cd/2025 nasca da un bisogno molto semplice: chiarire perché continuiamo a scegliere la democrazia, nella società e nella chiesa, proprio mentre fuori da noi la democrazia è contestata, svuotata, o data per superata. Fino a ieri la forma democratica sembrava quasi naturale per una chiesa che vuole testimoniare nel mondo; oggi non lo è più, e questo ci costringe a una domanda onesta: siamo disposti a sostenerne la fatica, con coerenza, oppure rischiamo di abbandonarla per stanchezza o per adattamento?

Da questa scelta dipende anche lo stile della nostra testimonianza: se vogliamo restare una minoranza “significativa”, dev’essere una scelta motivata e consapevole, non una posizione di principio ripetuta per inerzia. È questo un tema necessario e urgente».

 

– Oggi vediamo che spesso le fedi supportano la politica, e a volte i populismi: a quali riferimenti guardiamo per trovare una strada nel solco della Bibbia e della storia delle chiese nate dalla Riforma? 

«Quando oggi si parla del rapporto tra chiese e politica, spesso lo si fa perché vediamo fedi che diventano stampella del potere, anche in forme molto discutibili, e questo ci costringe a una domanda seria: con quale criterio si discerne, nel solco della Bibbia e della storia della Riforma? Se accettiamo di interrogarci, allora diventa naturale tornare alle scelte e alle parole di chi ci ha preceduto: non per fare storia delle idee, ma per recuperare uno sguardo. Per una chiesa nata dalla Riforma il criterio di fondo resta la coerenza con l’Evangelo, cioè con la signoria di Cristo, come unica fonte di orientamento anche nell’esperienza politica e sociale. È in questa luce che figure come Calvino, Barth, Bonhoeffer e Moltmann continuano a parlare: in tempi e in modi diversi hanno mostrato che la chiesa smarrisce la propria vocazione quando si consegna al potere, quando scambia la fede con una “religione civile”, quando riduce la vita comunitaria a organizzazione senza ascolto e discernimento, quando l’obbedienza a Cristo viene sostituita dall’obbedienza a un clima o a una paura. Ricordare perché “chiesa e nazismo” non potevano stare insieme, o perché il Vangelo non coincide con l’individualismo, non è un esercizio museale: è l’uso di una chiave precisa per leggere il presente. Populismi, prepotenza, chiusure identitarie e quel principio del “prima qualcuno” (America, Europa, italiani…) non sono solo opzioni politiche tra le altre: pongono una domanda teologica. Sono compatibili con una testimonianza che nasce dalla Parola e riconosce nell’altro un prossimo, oppure chiedono alla chiesa di smettere di essere cristiana?».

 

– Nelle valli valdesi in forma più visibile, ma anche in altri contesti è stato a lungo importante crescere nell’abitudine ad assumere decisioni collettive, e alla scuola delle Unioni giovanili, delle Assemblee di chiesa e dei Concistori si sono formati giovani che poi sono andati in Consiglio comunale e sono stati sindaci… 

«L’educazione alla vita insieme, e soprattutto alle decisioni collettive, è qualcosa che abbiamo lasciato sfilacciare. Viviamo un tempo che mette in crisi l’attitudine alla riflessione e alla convivenza pacifica: forse non è troppo tardi per recuperarla, ma la strada è in salita e proprio per questo ha bisogno di una motivazione seria, di coerenza evangelica».

 

– Quando parliamo di frutti dello Spirito pensiamo subito a dei contenuti, alle scelte da fare e alle cose da dire al mondo: in che senso, invece, lo Spirito agisce nel “funzionamento” di una comunità? E che consapevolezza abbiamo dell’essere comunità?

«A costo di sembrare l’“entusiasta” che non sono, devo dire che, secondo me, proprio il tempo che stiamo vivendo dimostra che senza lo Spirito non andiamo da nessuna parte. D’altronde, mi pare, una comunità può dire e fare cose “cristiane” solo se è consapevole di due premesse fondamentali: che è comunità non per propria scelta ma per vocazione ricevuta dallo Spirito; e che, conseguentemente, la sua stessa esistenza ha senso solo fino a che ciò che fa cerca con tutte le sue forze di mantenere coerenza con quella vocazione. Poiché con la vocazione alla fede riceviamo anche doni diversi perché possiamo metterli a disposizione, e al servizio, degli “altri”, credo che non riusciremo mai a dire, o a fare, “cose cristiane” se non valorizzando e utilizzando i diversi doni ricevuti, e vivendoli non come singoli privilegiati, ma come comunità consapevole che consapevolmente cerca coerenza con quella vocazione».