Di segni e di visioni. Anselm Kiefer
L’appuntamento con la rubrica di Riforma fra arte e spiritualità
Che dire, e che fare, davanti a Gaza, al Donbass, a Teheran, Venezuela, Groenlandia? Prendere atto della nostra debolezza, e lasciarcene deprimere? Spendere una lacrima o anche una preghiera, e poi scrollare via, cambiare canale, perché queste cose sono troppo tristi?
Anselm Kiefer nasce nel 1945 a Düsseldorf, in una Germania che, come il resto del mondo, aveva un disperato bisogno di voltare pagina. Nel 1969 fa circolare una serie di fotografie che lo ritraggono davanti a vari paesaggi europei mentre, in giacca borghese e pantaloni da cavallerizzo, si irrigidisce nel saluto hitleriano. La sua non è nostalgia, né provocazione da social ante litteram, ma il suo modo per avvertire: non siamo passati oltre-al limite, solo rimosso.
Quello di Kiefer è un gesto che non consola nessuno. Resta lì, come un dito puntato su una ferita che molti preferivano non vedere. Prendendosi la responsabilità di restare, e di guardare. «Credo solo nell’arte», scriverà Kiefer tempo dopo. Lui.
Oggi, in questo tempo in cui il suo avvertimento si rivela una sinistra profezia, la tentazione di passare oltre, allontanando lo sguardo da tutto ciò che non ci tocca direttamente, si fa sempre più forte. Ma noi, che crediamo in Dio e non nell’arte (per quanto l’arte sia uno dei tanti modi con cui Dio si ingegna a parlarci), noi riusciremo a vivere la grazia che ci è stata donata anche resistendo a quella tentazione?
Non si tratta di fare grandi gesti, né di trovare risposte rassicuranti orientate al tempo che verrà. Si tratta di prendersi, almeno, la responsabilità di guardare. Di riconoscere come inaccettabile ciò che, secondo la volontà di Dio espressa in Cristo Gesù, non può essere accettato. Non perché guardare, o dire, sia la soluzione ai mali del mondo. Ma perché non si può annunciare alcuna salvezza ai poveri e agli oppressi, se non siamo disposti a cominciare offrendo almeno quel piccolo segno di misericordia che è praticare la solidarietà, anche guardando in faccia il dolore degli altri.