Calamità: quando la terra frana
Il dramma della zona di Niscemi denota carenze antiche e nuove, a cui occorre portare risposte strutturali e umane
«Ne fecero un deserto e lo chiamarono pace». Potremmo prendere in prestito la celebre locuzione di Tacito per adattarla, oggi, alla condizione della Sicilia. L’Italia è rimasta con il fiato sospeso mentre il ciclone “Harry” imperversava sul Sud e, improvvisamente, ha “scoperto” l’esistenza di Furci Siculo, Santa Teresa di Riva, Riposto, fino all’entroterra di Niscemi. Alcune di queste aree coincidono con quelle già colpite dal violento nubifragio del 13 marzo 1995, che causò vittime e danni per decine di miliardi di lire.
Ma la Sicilia non è solo un’isola: è una somma di territori, microclimi, decine di Comuni che, a poca distanza in linea d’aria, vivono condizioni strutturali, economiche e sociali profondamente diverse, talvolta persino linguistiche. Un’isola in cui l’87% del territorio è montano-collinare (22.350 km²) e solo il 13% pianura (3.483 km²). Strade invase dal fango, collegamenti interrotti, binari sospesi nel vuoto per lo sbancamento del terreno; persone e famiglie senza più una casa, distrutta dagli eventi o resa inabitabile perché prossima al limite di sfaldamento del suolo. Un dolore che pesa il doppio laddove esistono già condizioni di grave marginalità territoriale.
Lo svuotamento delle aree interne viene spesso raccontato come un destino inevitabile. In realtà, gli effetti del cambiamento climatico globale si innestano su fragilità preesistenti, ormai strutturali, che riguardano non solo la sicurezza dei territori, ma la loro stessa vivibilità quotidiana. Chi affronta viaggi interminabili su strade perennemente a rischio o deve fare affidamento su collegamenti incerti comprende bene la distanza tra un chilometro tracciato su una mappa e il tempo reale necessario a percorrerlo nella vita quotidiana. In questo scarto, la Costituzione e i diritti che dovrebbe tutelare rischiano di diventare sempre più ideali e lontani dai bisogni concreti di salute, istruzione e lavoro.
Una cartina di tornasole. Il dissesto idrogeologico in Sicilia non è un evento eccezionale, ma una condizione strutturale, documentata da decenni di studi scientifici, cartografie ufficiali e atti amministrativi. Eppure, continua a essere raccontato e gestito come una calamità improvvisa. Frane, smottamenti e allagamenti vengono presentati come emergenze imprevedibili, quando sono spesso fenomeni annunciati e puntualmente classificati.
Il dissesto verificatosi nel settore occidentale dell’abitato di Niscemi rientra pienamente in questo quadro. Si tratta di una frana complessa di grandi dimensioni, già censita dal Piano per l’Assetto Idrogeologico della Regione Siciliana (Pai) fin dal 2006, con pericolosità P4 (molto elevata) e presenza di elementi a rischio R3-R4. È la riattivazione, con estensione verso nord, di un movimento franoso già registrato nel 1997.
Secondo il Pai, il territorio siciliano è interessato da decine di migliaia di fenomeni franosi, con una concentrazione nelle aree collinari e sub-appenniniche, dove prevalgono litologie argillose e arenacee particolarmente sensibili alla saturazione idrica con impatto potenzialmente diretto su persone e infrastrutture.
Nelle aree interne il rischio idrogeologico si intreccia con un’altra vulnerabilità, meno visibile ma decisiva: quella istituzionale. Piccoli Comuni, con risorse limitate e apparati tecnici sottodimensionati, faticano a tradurre vincoli e indicazioni degli studi in scelte urbanistiche coerenti, soprattutto quando entrano in conflitto con interessi consolidati o esigenze di breve periodo. Il risultato è una convivenza forzata con il rischio, normalizzata nel tempo.
Oltre l’emergenza. Ma su quei territori vivono persone, storie, tradizioni. Si sfalda, con le frane, anche ciò che resta di quei patrimoni immateriali di memoria, ricordi, cultura che, insieme alle persone, si spostano verso zone più vivibili, meno incerte e rischiose.
In questa riflessione le comunità di fede che resistono in questi territori svolgono un lavoro al tempo stesso prezioso ma anche coraggioso. Tengono insieme un tessuto umano e spirituale che, altrimenti, sarebbe già stato spazzato via ben prima di Harry.
Per quanto paradossale possa sembrare, le ferite inferte non dalla natura quanto dall’insolenza umana, vengono curate proprio dallo stare insieme. Dalla condivisione di una speranza nel contesto della disperazione, dove cioè il peso di quel che è definitivamente distrutto e perduto non si somma alla solitudine, ma viene condiviso come parte di quello stare insieme che le Comunità provano a realizzare.
Il cambiamento climatico e le sue conseguenze hanno già prodotto e continuano a produrre stravolgimenti concreti nella quotidianità delle persone e chiedono a noi come credenti, come Chiese, una messa alla prova ben più coerente delle buone prediche e buone intenzioni. Non si tratta di avviare l’ennesima raccolta fondi “pro” un qualche disastro. Ma trasformare le Comunità affinché siano pronte e operative nel fare accoglienza, fornire ascolto, conforto, abbracci persino.
Spesso si crede che, dinanzi a un disastro, il supporto economico sia prioritario. Ma è davvero così? Chi scrive, pur non negando l’importanza delle risorse materiali in una situazione di emergenza, non ne è convinto. Dalla Chiesa, dalla mia Chiesa non mi aspetto come prima risposta un messaggio di solidarietà cui è allegato un Iban, ma braccia larghe per stringersi attorno a chi soffre.
Come insegnava il sempre citato (spesso a sproposito) e compianto Jürgen Moltmann, il servizio della Chiesa non è l’estensione della concessione di servizi, ma la costruzione di relazioni paritarie fondate sull’amore di Dio, in cui non c’è chi dà e chi riceve, ma avviene uno scambio reciproco: chi soffre mi accoglie nella sua sofferenza e accolgo questa sofferenza, così insieme pratichiamo ascolto, comprensione, solidarietà.
È proprio sulle tragedie che ci riguardano, e non solo su quelle lontane, che misuriamo il “grado” della nostra fede: come singoli ma, soprattutto, come comunità e Chiese.
Foto di Gianfrancodp da Wikipedia