Il rispetto non è un contratto
Le riflessione della presidente della Chiesa evangelica riformata in Svizzera dopo il discorso di Trump al World Economic Forum di Davos
Nel corso del recente World Economic Forum di Davos in Svizzera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel suo discorso ha attaccato duramente tutto e tutti, compresa la stessa nazione elvetica e in particolare Karin Keller-Sutter che nel corso del 2025 ha ricoperto la carica, di durata annuale, di presidente della Confederazione svizzera. La pastora Rita Famos, presidente della Chiesa evangelica riformata di Svizzera, ha voluto condividere le riflessioni che seguono qui sotto:
Ci sono momenti in cui le parole fanno più che descrivere: mettono ordine nel mondo. Il discorso di Donald Trump al World Economic Forum di Davos ne era pieno. Ciò che mi ha sorpreso meno è stato che il presidente americano, con una sicurezza venata di autocompiacimento, abbia posto il suo Paese al centro di tutto. Ciò che è stato più inquietante è stata la denigrazione sprezzante della Svizzera e, ancora di più, l’imitazione pubblica e beffarda della Consigliera federale Karin Keller-Sutter. Tali gesti non sono dettagli insignificanti. Fanno parte di una performance politica in cui il potere è equiparato al peso specifico e in cui la leadership è definita dallo sminuire gli altri. Soprattutto quando si tratta di donne. Proprio per questo vale la pena fermarsi e cercare altri criteri.
Nella tradizione biblica, il potere non è mai fine a se stesso. È legato all’affidabilità della propria parola, alla giustizia delle proprie azioni e alla capacità di affrontare gli altri con rispetto. Come recita un antico detto profetico: bisogna dire la verità e stabilire la pace.
Capisco che, in momenti simili, molto dipenda dalla “diplomazia”, dall’arte di mantenere il dialogo, anche quando diventa scomodo. Ma la diplomazia non è l’arte di chiudere un occhio su ogni trasgressione. È quindi importante che il Consiglio federale, tramite il Ministro degli Esteri Ignazio Cassis, abbia chiaramente indicato che questo “attacco” pubblico era inaccettabile. Difendere le regole del dialogo non significa difendere le sensibilità, ma i fondamenti stessi dell’intesa politica.
Ciò che Trump ha messo in scena a Davos è stata una vecchia coreografia: il grande Paese contro il piccolo, il tono assertivo, l’interlocutore chiamato a spiegare. Lo sappiamo bene. La novità è come questo linguaggio del potere sia ormai diventato la norma e come il rispetto diventi rapidamente una mera “moneta”.
In questo contesto, ciò che Karin Keller-Sutter ha fatto merita un riconoscimento. Ha insistito sui fatti, ha osato mostrare fermezza di principio e ha detto ciò che pensava, non ciò che era lusinghiero. Questo ha chiaramente turbato la gente. Ma merita anche rispetto per una reazione spesso sottovalutata: si è resa altruista. Non si è fatta oggetto di discussione. Non ha giustificato le sue azioni, non si è impegnata in polemiche pubbliche, non ha trasformato il suo dolore in uno spettacolo. È rimasta fedele alla sua missione. E quindi al bene del Paese.
Sembra ovvio, ma non lo è. Chi oggi ricopre responsabilità politiche – e soprattutto le donne in posizioni di potere – conosce bene questo meccanismo: l’attenzione si sposta rapidamente sulla proiezione. Non vengono giudicate solo le loro decisioni, ma anche il loro comportamento, la loro voce, il loro tono, la loro percepita “simpatia”. Viene applicato un doppio standard. E in tempi di crisi, le donne si trovano spesso su un terreno scivoloso: ci si aspetta che incarnino la stabilità, mentre allo stesso tempo vengono criticate per la loro reazione alle avversità. Se cedono, vengono etichettate come deboli; se resistono, come isteriche. È qui che si rivela la vera leadership: non negli applausi ricevuti, ma nella capacità di rimanere efficaci senza perdersi.
A Davos abbiamo anche visto quanto siano diventate fragili le regole del gioco, quelle che permettono ai piccoli Stati di coesistere. La Svizzera è economicamente forte, ma politicamente rimane un attore modesto in un mondo in cui le potenze più grandi dettano sempre più le condizioni. Non si tratta di un sermone moralizzatore, ma di un’osservazione lucida. Per prosperare in questo ambiente, non basta una battuta pronta. Richiede perseveranza, la capacità di negoziare senza compromettere la propria dignità e la volontà di stabilire dei limiti senza bruciare i ponti. La tradizione biblica offre un’immagine potente: i piccoli non diventano forti copiando il linguaggio dei potenti, ma rimanendo fedeli a ciò che trascende le effimere dimostrazioni di forza: affidabilità, giustizia, moderazione e rispetto. Il profeta Zaccaria lo esprime così: «Non abbiate paura. Questo è ciò che dovete fare: dite ciascuno la verità al suo prossimo. I vostri tribunali rendano giustizia e pace» (Zaccaria 8,15b-16). Questo è un promemoria: non tutto ciò che è possibile è giusto, non tutto ciò che ha effetto è buono. La forza non sta solo nell’imporre la propria volontà, ma anche nel porsi dei limiti».